Viaggio nelle frasi fatte; viaggiare apre la mente, viaggiare alla ricerca di se stessi e si stava meglio quando si stava peggio.

Viaggiare apre la mente e dintorni.

Oggi vorrei discutere con te di qualche frase fatta che gira attorno al mondo del viaggio e della conoscenza:

  • Viaggiare apre la mente
  • Viaggiare alla ricerca di se stessi
  • Si stava meglio quando si stava peggio

Quando frequentavo l’Università di Giornalismo, ci venivano vietati quegli aggettivi che avevano festeggiato con determinati sostantivi le famose “nozze d’oro”.

In effetti non se ne può più di “tramonti mozzafiato” e di “candida neve”.

Ci veniva persino proibito l’utilizzo intere frasi, del tipo “non ci sono più le mezze stagioni” o, per l’appunto, “viaggiare alla ricerca di se stessi”.

Non perché il giornalismo debba essere originale, al contrario; il giornalismo deve essere anzitutto comprensibile e bisogna utilizzare parole alla portata di tutti.

Ma quando una frase è stata ripetuta molte volte, inevitabilmente perde di significato e di conseguenza diventa inutile ai fini della rappresentazione verbale di un fatto.

Ma io non sono un giornalista.

E non ho trovato una frase che possa avvicinarsi, nemmeno lontanamente, al concetto di “viaggiare apre la mente” e di “viaggiare alla ricerca di se stessi”.

Ma ti dico la verità: mi sarei sentito un po’ banale a scrivere un articolo dal titolo “Perché viaggiare apre la mente”. Da qui l’idea di discutere con te di alcune di queste frasi fatte, per cercare di snocciolarne il senso e capire se, in fondo alla loro retorica, ci sia ancora qualche brandello di verità.

Ma che cosa significa “viaggiare apre la mente”? E perché se viaggi in un certo modo corri “il rischio” di incappare sul vero “te stesso”.

Ma cominciamo dal sempreverde “si stava meglio quando si stava peggio”.

Si stava meglio quando si stava peggio…o no?

Quando una persona viene al mondo si trova immediatamente all’interno di un recinto di leggi, di modi di fare e di modi di sentire “pronti all’uso”. E questo plasmerà la sua personalità fin da subito proprio nel momento della sua massima plasticità, quello dei primi input che lo marchieranno in modo indelebile.

Ogni tempo e ogni luogo ha le proprie regole sociali e l’individualità viene inglobata da questa sorta di melma necessaria.

Necessaria perché le leggi e le norme, l’educazione e la formazione, sono indispensabili alla politica comunitaria.

Esiste la libertà emotiva e la libertà materiale, entrambe, secondo me, in contrapposizione. Bisogna rinunciare a qualcuna delle nostre libertà spirituali per vivere in un mondo che sia il più pacifico e sereno possibile.

Non è in gioco né la politica né sono in gioco i famosi “tempi moderni”, questi ultimi, secondo alcuni, responsabili di un’uniformità di pensiero senza precedenza.

In realtà, secondo me, non siamo mai stati liberi come oggi.

Siamo liberi? E cos’è la “libertà”?

Se oggi sei quello che sei lo devi ad una miscela di ingredienti che hanno dato forma al tuo carattere, alle tue credenze e alla tua forma mentale.

Ad esempio conta tantissimo quello che ti hanno “passato” i tuoi genitori, mentre la formazione scolastica e istituzionale viene probabilmente al secondo posto. Dunque la scuola, ancora una volta la famiglia e la religione, sono fattori che ci plasmano nonostante il nostro volere “primitivo”.

Oggi la “Chiesa” è sempre meno presente nei modelli educativi.

Mia madre ha studiato dalle suore, mentre io che ho 45 anni ho fatto Catechismo. Entrambi erano un percorso quasi ineludibile per i giovani, soprattutto se cresciuti in contesti contadini e tradizionali.

Generalizzando, posso dirti che la generazione successiva alla mia non ha fatto né l’uno né l’altro.

Il Cristianesimo sta sparendo e dal punto di vista sociale questo avrà delle conseguenze le cui ripercussioni si protrarranno nei i secoli a venire.

Si stava meglio quando si stava peggio; il Medio Evo

Tu pensa il Medio Evo.

Pensa quanto dovesse influire la religione sulla formazione di una persona. Era un mondo fatto di diavoli e angeli, di streghe e miracoli, tutte credenze che nessuno metteva minimamente in discussione.

Diciamo spesso che oggi siamo diventati “insensibili”, “cattivi”, come se il riflesso dei social media fosse l’unica realtà che rappresenta il nostro mondo.

In realtà fino a pochi decenni fa un disabile era un problema e durante il Medio Evo (ma anche dopo) le persone con disturbi psichici venivano relegate ai margini della società, derisi e molte volte considerati come entità maligne.

Per non parlare del bullismo, oggi problema emergente proprio perché la società sta acquisendo sensibilità nei confronti di un qualcosa che fino a ieri veniva ritenuto quasi normale. Il machismo del “Dagliele anche tu la prossima volta!” non esiste più e oggi si va a denunciare.

E che dire delle guerre? Da sempre l’uomo si uccide in massa per il solo interesse di pochi.

Io penso che la fase chiamata Medio Evo sia socialmente durato ben oltre la Scoperta dell’America. La Storia che leggiamo sui libri parla di condottieri, re, regine, imperatori e arte, ma, a meno di non essere testi specifici, mai della società nel suo complesso. Una società che rappresenta l’enorme blocco di iceberg sommerso sulla quale poggiano i protagonisti che si godono le luci della ribalta.

Il Rinascimento è stato un periodo di sola rinascita artistica che ha coinvolto un numero davvero esiguo di persone, quando le persone “normali” non erano mai davvero uscite dal Medio Evo.

Nel ‘700 si viveva a grandi linee esattamente come 500 anni prima, così come l’Illuminismo non ha folgorato le menti di centinaia di milioni di persone, ma solo un gruppo ristretto di intellettuali. E l’onda lunga dei loro pensieri si ripercuoterà sui modi di vivere generali solo secoli dopo.

Nelle campagne e sugli Appennini, in Italia molto spesso si viveva in condizioni “medioevali” ancora fino alla metà del secolo scorso.

Per millenni le città erano posti pericolosissimi nei quali i briganti erano pronti a tagliare la gola di chiunque per un tozzo di pane e le guerre venivano condotte alla “Brave Heart” in veri e propri macelli umani all’aria aperta.

Decisamente brutto fare conti di questo tipo, ma le orribili guerre tecnologiche di oggi fanno molti meno morti.

Statistica alla mano oggi viviamo il periodo più pacifico della Storia dell’Umanità, tanto che l’intera Europa, per la prima volta, non conosce nessuna guerra interna al Continente.

Dunque; si stava meglio quando si stava peggio?

Secondo me no, soprattutto per coloro che hanno avuto la fortuna di nascere in contesti privilegiati come il sottoscritto.

Esiste la libertà “assoluta”?

Grosso modo fino al Secondo Dopo Guerra, la religione e la superstizione erano i bastioni del sentire comune.

A meno che tu non avessi avuto la fortuna di nascere con la mente di uno Spinoza, la religione e i suoi dettami avrebbero costituito la base del tuo pensiero già dalla nascita e nulla avrebbe potuto farti dubitare che la Terra fosse il centro dell’Universo o che esistesse un dio vendicatore che ti avrebbe spedito all’Inferno alla prima marachella.

Le persone, ancora molti decenni dopo Galileo, rimarranno convinte della visione tolemaica dell’Universo, totalmente all’oscuro delle scoperte scientifiche che avevano coinvolto solo i salotti del potere.

Se oggi sei spiritoso, se tu fossi nato a quei tempi forse lo saresti meno, o addirittura potresti essere stato una persona decisamente antipatica.

Dunque, tu, in fondo alla tua anima, virtualmente libero dalle costrizioni sociali del tempo e del luogo, dello spazio e della politica, sei spiritoso o antipatico?

E come facciamo a saperlo?

Io credo che solo gli uomini primitivi fossero liberi in senso assoluto.

Ma davvero invidiamo la libertà di accoppiarci come le bestie, la libertà di vivere in mezzo alla foresta quando piove, la libertà di essere davvero noi stessi attraverso l’omicidio?

Dirai giustamente che queste in realtà non sono libertà.

Il discorso di fondo è che questo modo di vivere selvaggio e fuori dalla società non innesta nessun tipo di pensiero che non sia il vergine frutto della mente individuale.

Se oggi non avessimo accumulato secoli di regole sociali contro le uccisioni, regole a cui le religioni hanno dato un appoggio sostanziale, probabilmente vivremmo in una società pericolosissima.

Se non ammazziamo quel collega insopportabile non è perché siamo buoni, non lo facciamo semplicemente perché sulle nostre spalle gravano millenni di cultura filosofica, politica (e religiosa) contro gli omicidi. Ma il nostro istinto va da tutt’altra parte e l’uomo primitivo che è in noi gli darebbe volentieri una serie di clavate fino a spaccargli la testa.

Poi, forse, se lo mangerebbe.

Viaggiare apre la mente. Libertà materiale e libertà spirituale

Libertà materiale versus libertà spirituale, si diceva sopra.

Libertà materiale significa fare ciò che si vuole con l’unico limite di rispettare la libertà altrui.

E da questo punto di vista gli uomini di oggi sono decisamente liberi, almeno coloro che hanno la fortuna di vivere in sistemi democratici.

Molto più complicato individuare la libertà di pensiero, quella spirituale e “di fondo” del singolo essere umano.

Con libertà di pensiero non intendo il diritto inalienabile all’opinione, quanto piuttosto capire quanto il nostro sentire sia davvero genuino e quanto invece tirato per la collottola dalle influenze sociali.

Anche qui; impossibile saperlo.

Sai chi sono, secondo me, le persone più libere da questo punto di vista? Quelli che vivono ai margini.

E più i margini sono distanti dalla società, più le influenze della stessa tenderanno a sparire. Proprio come i primitivi di cui dicevamo sopra.

Dunque chi è vissuto nella povertà estrema, gli zombie che vivono nelle discariche di Nairobi sniffando colla e carburante, i senzatetto dalla nascita, probabilmente loro pensano per quello che sono.

Se le cose stanno davvero così, direi che non abbiamo motivo di invidiare gli assoluti liberi di spirito.

I condizionamenti sociali servono allo sviluppo dell’individuo; il problema nasce quando la società diventa troppo invasiva, quando i condizionamenti esterni diventano talmente pressanti da soffocare la nostra essenza fino ad ucciderla

Si dice che in Corea del Nord tutti pensino all’incirca le stesse cose e lo si diceva anche dei “russi” ai tempi dell’Unione Sovietica; la mia personale sensazione è che questo sia un modo di fare informazione un po’ fuorviante, teso a mitizzare “il mostro” oltre misura.

Presto, aperta parentesi, mi recherò in Corea del Nord per vedere ciò che sarà possibile direttamente.

Dunque, chi sono io?

Chi sono davvero, nel nocciolo della mia anima?

Posso saperlo a prescindere dai tempi e dai luoghi in cui vivo?

Mai come oggi, secondo me, abbiamo questa possibilità filosoficamente enorme.

Capire il fondamento della nostra anima è di fondamentale importanza se vogliamo camminare lungo la nostra strada spirituale, quella che è dentro di noi e che viene relegata in qualche angolo oscuro dalle necessarie convenzioni.

Potrei anche non volere figli, non volermi sposare, viaggiare tutta la vita oppure coltivare criceti sul balcone.

Il problema è che potrei passare tutta la vita senza sapere mai che…davvero penso quelle cose.

Metterti in condizioni di “diversità” culturale, politica o sociale, ti porterà a fare i conti con un “te stesso” la cui esistenza probabilmente nemmeno conoscevi. Semplicemente perché fino a quel momento non ti sarai mai trovato a fare i conti con modi di vivere diversi da quelli del tuo micro cosmo.

In questo senso “viaggiare apre la mente” e in questo senso serve a “conoscere se stessi”, o, per lo meno, ci avvicina ad una condizione di essenzialità dell’anima.

Viaggiare apre la mente. Viaggiare da soli alla ricerca di se stessi

Per questo, se non l’hai mai fatto, vorrei invitarti a viaggiare da solo almeno una volta nella vita. Viaggiare in gruppo o in compagnia obbliga l’individuo all’interno di una bolla culturale identica a quella che ha lasciato a casa.

Anch’io ho fatto diversi viaggi di gruppo, ma da qualche tempo ho deciso che viaggerò da solo.

Alla base di questa scelta non c’è la volontà di isolarsi da un mondo brutto e cattivo “che non mi capisce”, non c’è la convinzione di essere meglio degli altri, ma solo la necessità di fare i conti con la realtà in modo totale, arriverei a dire “doloroso” e pungente.

A tutti sarà capitato di fare viaggi di gruppo in realtà lontane.

Il solo fatto di continuare a parlare la nostra lingua fa sì che l’ambiente circostante venga in un certo qual modo lasciato ai margini dell’esperienza.

La confort zone è una brutta bestia e noi umani tendiamo a ricercarla con un accanimento quasi parossistico: se una persona del luogo ci avvicina parlando nella sua lingua, tenderemo a rifugiarci nel gruppo, probabilmente cominceremo a parlare tra noi o, nella peggiore delle ipotesi, ad allontanare l’individuo che magari voleva solo scambiare due chiacchiere.

Questi atteggiamenti ci faranno sentire al sicuro, quando invece avremo perso l’occasione di immergerci in una possibile conversazione alternativa, di quelle che “aprono la mente” e ti fanno “trovare te stesso”.

Viaggiare apre la mente e aiuta a trovare se stessi?

Secondo me decisamente sì.

Ma ricordati che potrei anche sbagliare; alla mia età la forma mentale è irrimediabilmente corrotta…

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