tunnel di cu chi

Blog Zingaro di Macondo

di Gabriel Tibaldi, Travel Designer e Viaggiatore

Cosa sono oggi i tunnel di Cu Chi

Vietnam

Il coperchio è un rettangolo di legno di trenta centimetri per venti. Pesa poco. Sopra ci sono foglie secche incollate alla terra, e la terra è la stessa del resto del terreno perché è stata rimessa a mano, un pugno alla volta, dopo lo scavo. Una guida lo solleva con due dita per farlo vedere. Sotto c’è un buco in cui un adulto europeo di corporatura media non entra. Non è una questione di coraggio. È una questione di bacino e di spalle.

Questo è il primo dato di Củ Chi, e viene prima di qualsiasi discorso storico: le misure. Tutto qui è stato calcolato sul corpo vietnamita degli anni Sessanta, che era mediamente più piccolo e più magro del corpo di chi oggi arriva in pullman da Ho Chi Minh City, settanta chilometri a sud-est.

tunnel di cu chi
tunnel di cu chi
tunnel di cu chi

Tre piani sotto il riso

La rete si sviluppa su livelli sovrapposti. Grosso modo tre metri, sei metri, otto o dieci metri di profondità, con variazioni locali. Il primo livello serviva al movimento rapido e alla vita ordinaria. Il secondo ospitava gli spazi comuni. Il terzo era il rifugio contro i bombardamenti pesanti e, in alcuni settori, lo sbocco verso il fiume Saigon.

I cunicoli di collegamento sono larghi il minimo indispensabile. Circa ottanta centimetri di altezza per sessanta di larghezza nei tratti originali. Si procede accovacciati o carponi. I passaggi tra un livello e l’altro sono botole verticali chiudibili, pensate per bloccare acqua, gas e onde d’urto.

Le prese d’aria erano il punto debole e infatti sono la parte più ingegnosa. Condotti obliqui che sbucavano lontano dall’ingresso, mascherati da termitai, nascosti in cespugli di bambù, orientati verso nord perché il rumore e l’odore andassero via con il vento dominante. Attorno si spargeva pepe o peperoncino in polvere.

Le trappole erano fatte con quello che c’era. Pali di bambù indurito al fuoco, botole basculanti, cilindri rotanti irti di punte. Il metallo veniva quasi sempre da residuati: lamiere di mezzi distrutti, spezzoni di bombe inesplose, cingoli. Nelle officine sotterranee si raddrizzava, si tagliava, si rifondeva. I sandali si ricavavano dai copertoni.

Il fumo dell’alba – tunnel di Cu Chi

La cucina è il pezzo di ingegneria che mi ha colpito di più, e non è un’arma.

Si chiama stufa Hoàng Cầm, dal nome del cuoco militare che la mise a punto durante la guerra contro i francesi. Il fumo non esce da un camino: viene incanalato in una serie di condotti orizzontali scavati nel terreno, lunghi anche diversi metri, che si diramano e si raffreddano. Quando riemerge, in più punti distanti dalla cucina, non è più una colonna. È un velo basso, disperso, che si confonde con l’umidità del suolo.

Si cucinava all’alba. Per questo. Perché a quell’ora la nebbia sta ancora sui campi e un filo di fumo non significa niente.

Attorno alle cucine c’era il resto. Ospedali da campo con sale operatorie, dove si operava alla luce di torce e si improvvisavano flebo con bottiglie di vetro. Aule per lezioni. Magazzini di riso e munizioni. Sale riunioni con panche di legno. Depositi d’acqua. Latrine. Non era un bunker. Era un paese, con la sua economia, la sua burocrazia e i suoi turni, spostato di qualche metro sotto il livello dei campi.

Il corpo – tunnel di Cu Chi

Poi c’è la parte che nessuna ricostruzione museale può restituire, ed è giusto dirlo.

Il caldo, prima di tutto. Sotto terra non è fresco: è umido e fermo. L’aria si esaurisce in fretta quando in uno spazio piccolo ci sono più persone, e l’anidride carbonica si accumula in basso. Il buio è totale, e le lampade a olio consumavano ossigeno prezioso.

C’erano zanzare in quantità, e la malaria è indicata in molte ricostruzioni come la seconda causa di morte dopo le ferite di combattimento. C’erano formiche rosse, scolopendre, ragni, serpenti. Infezioni fungine della pelle, scabbia, parassiti intestinali. Un’anemia diffusa da alimentazione insufficiente.

Durante le operazioni di rastrellamento più dure, in particolare nel gennaio 1967, ci sono testimonianze di gruppi rimasti sotto per giorni consecutivi, con razioni ridotte e senza risalire. Alcune fonti parlano di periodi molto più lunghi. Su questi numeri conviene tenere il condizionale.

Non c’era intimità. Si dormiva a turno, negli stessi spazi in cui si mangiava e si curavano i feriti. Ci sono nate persone, lì sotto.

Sopra e sotto – tunnel di Cu Chi

L’estensione complessiva è la cifra che tutti citano e che nessuno può verificare davvero. Si parla comunemente di circa 250 chilometri di gallerie nell’area di Củ Chi, all’interno di un sistema più ampio che arrivava fino al confine cambogiano. È una stima. Parte dei tratti è collassata, parte non è mai stata mappata, parte è stata distrutta dai bombardamenti e dai bulldozer.

La funzione, invece, è chiara. Củ Chi era la soglia di Saigon. Un territorio che permetteva di stare a poche decine di chilometri dal centro del potere militare del Sud senza occupare la superficie, e di riapparire, e sparire.

Il dettaglio che continuo a trovare più eloquente è questo: la base della 25ª Divisione di fanteria americana venne installata, in parte, sopra un settore della rete già esistente. Per un periodo ci furono azioni condotte dall’interno del perimetro, da uomini che uscivano dal terreno dentro il campo.

Il secondo dettaglio riguarda i cani. I pastori tedeschi impiegati per individuare gli ingressi lavoravano sull’odore. La contromisura documentata fu semplice e sgradevolmente intelligente: usare sapone, uniformi e resti di razioni americani recuperati sul campo, così che il cane segnalasse un odore che il conduttore interpretava come proprio. Anche qui, è una ricostruzione basata in gran parte su testimonianze raccolte anni dopo.

Quello che si vede oggi

tunnel di cu chi

Va detto con chiarezza, perché fa parte dell’onestà del posto.

Củ Chi oggi è un sito visitabile, con due ingressi principali, Bến Đình e Bến Dược. I tratti percorribili dai visitatori sono stati allargati e in parte cementati, con illuminazione e vie d’uscita ogni pochi metri. Il cunicolo che si attraversa non è il cunicolo originale: è la sua versione praticabile da un corpo occidentale adulto. Chi esce dicendo di aver capito com’era, non ha capito com’era. Ha capito solo che era peggio.

C’è un video introduttivo con un commento di altri tempi. Ci sono manichini nelle nicchie. C’è un poligono dove si comprano i colpi a peso e si spara, e il rumore accompagna tutta la visita. Questa parte mi mette a disagio ogni volta, e non credo sia un disagio da risolvere.

A Bến Dược c’è invece un tempio commemorativo, aperto a metà anni Novanta, con le pareti coperte dai nomi dei caduti della zona. Oltre quarantacinquemila. Ci si entra scalzi. Non c’è quasi nessuno.

Fuori, i campi sono tornati verdi. Ci sono alberi giovani perché quelli vecchi non ci sono più: l’area fu tra le più bombardate e defogliate dell’intero conflitto. Il terreno è ancora pieno di crateri, alcuni grandi come una stanza, ormai coperti d’erba e usati come stagni.

Continuo a pensare alla domanda che non riesco a chiudere. Cosa diventa una comunità che per anni vive sotto il proprio stesso suolo, che coltiva sopra e dorme sotto, che conosce il proprio villaggio da rovescio. E cosa si porta dietro dopo, una volta risalita: quale idea di casa, di distanza, di silenzio.

L’unica risposta che ho raccolto è di una donna anziana che vendeva acqua all’uscita. Le hanno chiesto se era mai scesa. Ha detto di sì. Le hanno chiesto se ci tornerebbe. Ha detto che dorme con la finestra aperta.

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“Le persone, prima ancora dei luoghi.”

—Gabriel Tibaldi, Viaggiatore esperienziale

Sono il fondatore di Zingaro di Macondo e Travel Designer Certificato.
Ho viaggiato in Asia per oltre trent’anni, ma non è stato il mondo a cambiarmi: è stato il modo in cui ho imparato ad guardarlo.

Un lungo viaggio in Oriente mi ha aiutato a uscire da un periodo profondo di depressione.
Non mi ha “salvato” con le risposte, ma con le domande.
Da allora ho capito che viaggiare non serve a fuggire, ma a ritornare a casa dentro di sé.

Ho creato Zingaro di Macondo per questo: per disegnare esperienze che non siano solo spostamenti, ma passaggi interiori.
Viaggi lenti, fuori dalle rotte ovvie, dove le persone contano più dei luoghi e il tempo più delle cose.

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