Tana Toraja; il mio arrivo al villaggio

I funerali Toraja.
Isola di Sulawesi, Indonesia.
Seconda parte.
Se non hai letto la prima parte, la trovi qui.

La comunità dei Toraja vive in villaggi sparsi lungo tutto il territorio che porta all’incirca il suo stesso nome: Tana Toraja.
Sceso dalla corriera, a Rantepao, mi rendo conto di quanto il panorama attorno sia ancora più bello di quanto avessi percepito dai finestrini.
Sulawesi Toraja Zingaro di Macondo

Tana Toraja, il mio arrivo al villaggio – Zingaro di Macondo –

Senza più l’assillo di dover guardare un punto fisso, assillo che solo chi soffre il mal d’auto può comprendere, ora sono libero di lasciare che la vista si posi dove vuole.

Tana Toraja e la mia fortuna

La fortuna gira subito dalla mia parte.
Con un po’ di vergogna chiedo alla signora che mi consegna la grossa chiave della mia camera se nei giorni seguenti sono previsti funerali.
Mi sembra di essere il classico turista alla ricerca di emozioni a poco prezzo, di quelle buone solo per pubblicare qualcosa sui social.
La mia stupida domanda, decisamente inappropriata, mi fa pensare che qui i funerali siano come le montagne russe a Disneyland.
Toraja Sulawesi Indonesia Zingaro di Macondo

Tana Toraja; il mio arrivo al villaggio – Zingaro di Macondo –

Fa un paio di telefonate, poi con un grosso sorriso mi dice di sì: tra una settimana ci sarà una festa in un villaggio proprio nelle vicinanze.
Una festa… “vera” mi dice facendomi l’occhiolino.

Le case dei Toraja

La mia camera ha la classica forma di barca.
Tutte le case dei Toraja hanno questa forma e tutte hanno la prua rivolta a nord, laddove si apre l’immenso Oceano Pacifico, zona di arrivo, forse, dei primi protomalesi che si installarono in questa tana (terra).
L’origine dei Toraja, in realtà, è incerta, ma quel che vi è di sicuro è che Sulawesi, essendo un’isola, fu colonizzata dal mare: che siano arrivati dall’Oceano Pacifico, su a nord, o dalla lontana Goa come altre leggende vogliono (e quindi da ovest), il lungo e periglioso viaggio marittimo ha forgiato quest’antica popolazione, oggi unica al mondo.
E dunque le case, stupende, meravigliose da far invidia ai più grandi architetti d’Occidente, hanno la forma di barche.
Case Toraja Zingaro di Macondo

Tana Toraja; il mio arrivo al villaggio – Zingaro di Macondo –

Le case non hanno fondamenta e nemmeno sono appoggiate al suolo, ma sono sollevate da otto robuste canne di bambù.
Gli intarsi e le decorazioni mi ricordano vagamente i mandala indiani e mi richiamano alla mente visioni celesti astratte e gratificanti; in tutte le case c’è il rosso, rappresentativo del sangue dei bufali che bagna la terra, una terra che qui nutre gli uomini come una madre premurosa.
E proprio i bufali, immensi animali, stupendi, dal movimento delicato e robusto, vengono sacrificati durante i funerali.
E più se ne ammazzano più significa che la famiglia è ricca, e più la famiglia è ricca, più il morto avrà la possibilità di vivere in beatitudine al di là delle montagne.
Sul pilastro frontale della casa sono infisse le teste di bufalo sacrificate, a ricordare al mondo dei morti il numero di animali ammazzati in precedenti funerali.
La mia camera, che è una copia esatta di una vera casa Toraja, è sopraelevata di almeno tre metri, sorretta da soli otto tronchi di bambù, un legno tra i più robusti al mondo. La zona sottostante serve come riparo per i bufali, perché la vita dei Toraja non può essere separata dal contesto agricolo nemmeno per un momento, nemmeno quando la famiglia dorme.

Tana Toraja. Il funerale Toraja

Arrivo nel villaggio che è mattina inoltrata e una grande parata di persone vestite di nero si apre come il circo più bello del mondo.

Lo spiazzo centrale del villaggio è di una vitalità quasi violenta: ci sono persone che ridono come ad un tour di barzellette sconce, i bambini, tanti bambini, corrono leggeri e sono sporchi di fango, polvere e vita e giocano a qualcosa in cui pare fondamentale toccarsi la schiena.

Kadek.

Funerale sacrificio bufali Zingaro di Macondo

Tana Toraja; il mio arrivo al villaggio – Zingaro di Macondo –

Devo dire Kadek a destra e a manca, Kadek mi aspetta da qualche parte.

Kadek è il figlio della morta e sono certo che mi aspetti felice. In mano ho un grosso sacchetto di carne di maiale, come dono per la defunta e per i vivi.

Mi sarei aspettato che tutti mi fissassero come l’uomo bianco venuto chissà da dove, in realtà ho difficoltà a farmi notare, a chiedere le prime rudimentali informazioni.

Kadek.

Mi sono esercitato tre giorni a dirlo, concentrandomi sulla modulazione e con la voce nasale improntata nei diversi timbri. La mia mandante, la signora di quello che non definirei propriamente un albergo, è stata anche la mia maestra.

Una sola parola, apparentemente semplice, e ci sono voluti tre giorni per pronunciarla in modo più o meno corretto.

“Kadek” dico a un bambino rimasto in disparte.

Gli sorrido e gli faccio ciao come fosse un cretino e non un bambino.

“Kadek” gli torno a dire.

Lui aspetta, si guarda attorno come a cercare aiuto, poi improvvisamente si illumina. Mi prende la mano destra con entrambe le manine che sembrano la buccia di una pesca e mi trascina come un oggetto inanimato di 90 chili.

Corre e dice a tutti una frase che contiene la parola “Kadek”.

Arriviamo sul limitare di un ampio terrazzato sotto il quale una cinquantina di persone sono sedute, chi a terra, chi attorno a lunghe tavolate.

Qualcuno, dall’altra parte, sta friggendo qualcosa e per un attimo il cervello mi riporta alle feste delle Unità emiliane.

Arriva Kadek che mi stringe la mano, poi mi scuote il braccio con vigore, ridendo come se fosse felice di vedere uno così fuori posto come me. Mi dice delle cose, ma non capisco niente.

Gli do la busta con la carne, si porta la mano al cuore e mi fa segno di entrare sotto quella specie di gigantesco porticato.

Mi siedo in terra in mezzo a un gruppo di persone che non badano minimamente alla mia presenza. Devo dire che questa cosa mi conforta. Posso osservare senza diventare a mia volta oggetto di attenzione.

I sacrifici animali dei Toraja

Poi arriva il momento del sacrificio: si comincia dai maiali, belli come gatti, terrorizzati come martiri.

Vengono condotti in mezzo al piazzale e Kadek mi mette tra le mani un lungo, affilatissimo coltello.

Bufalo indonesiano Zingaro di Macondo

Tana Toraja; il mio arrivo al villaggio – Zingaro di Macondo –

Uno dei maiali viene sgozzato da parte a parte da un ragazzotto di 18/20 anni.

Di certo non è un professionista della macellazione; la povera bestia non muore sul colpo, urla, piange, gira attorno a se stessa tre o quattro volte, lanciando ovunque schizzi di sangue marrone che imbrattano la faccia del ragazzo. Poi si accascia e finalmente muore con piccoli sbuffi schiumosi.

Altri uomini, sbucati chissà da dove, arrivano con una specie di lanciafiamme.

Arrostiscono il maiale a quel modo, steso a terra nel suo sangue. I peli bruciano via velocemente e la pelle diventa marroncina, mentre l’aria si impregna di un odore misto a sangue e gomma bruciata.

Non posso descriverti oltre; la mia sensibilità non mi consente di assistere alla macellazione dell’animale. Una scena che le persone si accalcano per vedere, mentre io mi ritiro, ancora con il mio lungo coltello in mano come un assassino pentito.

Mi siedo nella polvere, con la testa impallata, ma Kadek mi vede e mi raggiunge con un maialetto, ancora più piccolo dell’altro, legato al collo da una corda che lo soffoca ad ogni strattone. Il maiale piange ad ogni strappo di ed emette sbuffi di collera, di disperazione.

Gli faccio segno di no, che non me la sento. Lui mi guarda come fossi un matto.

E allora glielo dico in italiano, tanto vale non sforzarsi con l’inglese.

Sono convinto, chissà perché, che le parole di una lingua sconosciuta, arrivino al destinatario, almeno nella loro sostanza, se dette con l’amore della ragione, con la forza della passione.

Gli dico che capisco la sua tradizione, capisco il suo non capire, ma non posso farlo, non ne sono capace e nemmeno voglio imparare.

Io i maiali li accarezzo come cani.

Gli porgo il coltello dalla parte del manico, gli faccio un piccolo inchino e cerco di sorridere, tra qualche goccia di lacrima per la sorte del maiale alla corda.

Kadek afferra il pugnale e mi ringrazia, credo abbia capito che gli voglio bene o qualcosa del genere. Affonda la lama nella gola della bestia e io quasi svengo tra le sue urla e i suoi gemiti.

Kadek mi afferra per un braccio, mentre con l’altro è impegnato a sgozzare il maiale che tenta di divincolarsi. E mi dice di guardare con un sorriso sporco di denti mal lavati.

E poi è la volta dei bufali, ammazzati con colpi di ascia, violentissimi, alla gola. Ogni bufalo prima di morire impiega diverse decine di secondi e balzella come giocando con le zampe.

Fanno tutti la stessa cosa prima di morire. Una danza di morte quasi bella di bestie stupende.

La morta

Mangiamo carne di maiale e di bufalo in cilindri di bambù, con riso bianco dolce e decisamente saporito.

Kadek mi fa vedere la madre: mi informa che è morta da tre anni. Lo sapevo già: me lo aveva detto la signora della camera.

Sulawesi Toraja Zingaro di Macondo

Tana Toraja; il mio arrivo al villaggio – Zingaro di Macondo –

Non pensavo avrei avuto la “fortuna” di vederla, ma Kadek ci tiene tanto e così vado a salutarla.

É adagiata in una struttura di legno per nulla dissimile dalle nostre bare, solo molto più rudimentale.

Ha ancora gli occhi, ma il resto del volto è completamente scarnificato. L’hanno vestita con un elegante drappo nero e rosso e solo la faccia è rimasta scoperta. Sembra inorridita da qualcosa che sta guardando, tipo immagini dopo la morte negate ai vivi.

“Bella”, dico a Kadek.

Ed è l’unica cosa che gli dico mentre lui continua a ridere e a battermi le spalle, contento di me, vivo, e della madre, morta, forse già viva al di là delle montagne.

Poi mi fa segno di aspettare e mi butta dentro un gruppo di persone proprio a fianco della bara. Dall’altra parte un altro gruppo.

La bara viene chiusa e sollevata sopra le nostre teste ed inizia un tiro alla bara che fa scoppiare di ilarità tutto il villaggio. Sono proprio sotto e tengo la bara in equilibrio appoggiando le mani, una per ogni lato. Sinceramente non so da che parte devo spingere, sento solo il corpo sbatacchiare all’interno della struttura di legno.

La mia squadra ha perso, a quanto pare, e queste persone dalle tradizioni così lontane e diverse dalle mie, mi ringraziano con profondi inchini.