
Pamir Highway; una strada per l’esercito
Asia Centrale
A Sary-Tash, in Kirghizistan, la strada finisce di fingere. Davanti si apre una pianura color cenere e dietro la pianura si alza il Trans-Alay, un muro di settemila metri con il Pic Lenin che tiene il centro della scena. Da lì in avanti, per circa quattrocento chilometri, non c’è più niente che assomigli a un paese. Solo altopiano.
Ho attraversato quel punto più volte e ogni volta la sensazione è la stessa: la Pamir Highway non comincia con uno spettacolo, comincia con una sottrazione. Sparisce la vegetazione, spariscono i villaggi, quasi sparisce l’ossigeno, e quello lo si sente subito.
Questa guida serve a capire cosa sia davvero questo viaggio. Non è una strada panoramica. È l’attraversamento di uno degli altopiani abitati più alti del pianeta, in una regione che per sei mesi l’anno resta tagliata fuori dal resto del mondo.



La Pamir Highway ha un nome ufficiale poco romantico: M41. È una sigla sovietica e dice tutto quello che serve sapere sulle sue origini.
Fu costruita tra il 1931 e il 1934, con manodopera in gran parte forzata, per una ragione militare precisa. Mosca doveva poter rifornire rapidamente il confine con la Cina e con l’Afghanistan. Il Pamir non era una meta, era un fianco scoperto dell’impero.
Ma la storia è più vecchia di così. Alla fine dell’Ottocento questa regione fu uno dei tavoli del Grande Gioco, il confronto tra impero britannico e impero russo. Il risultato più visibile è ancora sulla mappa: il corridoio del Wakhan, quella striscia sottile di Afghanistan che si allunga verso la Cina. Fu disegnata nel 1895 con un unico scopo, tenere separate le due potenze.
Una frontiera nata per creare vuoto.
Il senso della strada resta questo anche oggi. Non porta da nessuna parte di comodo. Collega ciò che nessuno collegherebbe volontariamente.
Che cosa è davvero la Pamir Highway
Sulla carta sono circa 1.250 chilometri tra Osh e Dushanbe.
È considerata la seconda strada internazionale più alta del mondo dopo la Karakorum Highway.
Ma i numeri chilometrici ingannano. Qui la distanza si misura in ore, non in chilometri. Ci sono tratti di asfalto sovietico ancora intatto dove si viaggia a settanta all’ora, e tratti di venti chilometri che ne richiedono due.
Il tracciato principale: Osh, Murghab, Khorog, Dushanbe
La direzione classica parte da Osh, in Kirghizistan, e scende verso sud.
Si passa il Kyzyl-Art a 4.280 metri, dove si trova la frontiera tagika, un posto di confine fatto di container e vento.
Poi arriva il lago Karakul, a quasi 3.900 metri. Non è un lago glaciale, è un cratere da impatto meteoritico, formatosi circa venticinque milioni di anni fa, e l’acqua salata al centro di quell’anello di montagne ha un colore che non somiglia a nient’altro in Asia centrale. Nelle giornate limpide, verso est, si vede il Muztagh Ata oltre il confine cinese.
Dopo Karakul si sale al passo Ak-Baital, 4.655 metri, il punto più alto dell’intero percorso. In kirghiso significa “cavallo bianco”. È il punto in cui i motori diesel perdono un terzo della potenza e in cui la maggior parte dei viaggiatori capisce di aver sottovalutato la quota.
Da lì si scende a Murghab, poi ad Alichur, poi lungo la valle del Gunt fino a Khorog, capoluogo della regione autonoma del Gorno-Badakhshan. Khorog è il primo luogo dopo giorni in cui esistono alberi, negozi veri e un ospedale. Ha anche un giardino botanico che è tra i più alti al mondo, a oltre 2.300 metri.
La variante del Wakhan – Pamir Highway –
Il tracciato ufficiale prosegue verso nord-ovest.
Ma esiste un’alternativa che, per chi viaggia per capire e non solo per attraversare, è la parte più densa dell’intero itinerario.
Dal bivio di Khargush, oltre i 4.300 metri, si scende nella valle del Wakhan. Il fiume Panj corre in fondo. Sull’altra sponda c’è l’Afghanistan, a volte a meno di venti metri di distanza. Si vedono i sentieri scavati nella roccia, gli asini, le donne che lavano i panni, i campi terrazzati. Non c’è nessuna mediazione. È uno dei confini più nudi che si possano attraversare.
Nel Wakhan tagiko ci sono la fortezza di Yamchun, arroccata su uno sperone con vista sull’Hindu Kush, le sorgenti termali di Bibi Fatima, il piccolo osservatorio solare di Yamg costruito da un erudito sufi dell’Ottocento, e a Vrang i resti di uno stupa buddhista. Perché prima dell’islam questa valle era un corridoio buddhista tra India e Asia centrale. La spiritualità qui è stratificata, non pittoresca.
Chi vive sul Tetto del Mondo
Se la Pamir Highway fosse solo geologia, sarebbe un bel viaggio e niente di più. Quello che la rende diversa è chi la abita.
I pamiri: una lingua diversa, una fede diversa, una casa diversa
Nel Badakhshan si parla tagiko a scuola, ma in casa si parlano lingue completamente diverse: shughni, wakhi, rushani, ishkashimi. Sono lingue iraniche orientali, non dialetti del persiano. Un abitante di Khorog e uno di Dushanbe possono non capirsi nella lingua materna.
E poi c’è la fede. I pamiri sono musulmani ismailiti nizariti, seguono l’Aga Khan. Non troverete quasi moschee con minareto. Si riuniscono nelle jamatkhana. È una delle differenze più forti e meno raccontate dell’Asia centrale.
C’è un fatto che spiega molto del Pamir contemporaneo. Durante la guerra civile tagika del 1992-1997, il Badakhshan rimase isolato e vicino alla carestia. Furono le organizzazioni legate all’Aga Khan a portare farina e carburante attraverso il Kirghizistan. Quel debito è ancora parte dell’identità locale, e capirlo cambia il modo in cui si leggono i ritratti appesi nelle case.
La casa pamira stessa è un testo. Cinque pilastri di legno, ciascuno con un valore simbolico, e un lucernario a quattro quadrati concentrici che rappresentano terra, acqua, aria e fuoco. Quando ci si siede in una di queste stanze, non si è dentro un’attrazione. Si è dentro un sistema di significati che precede l’islam.
Murghab e l’altopiano kirghiso
Murghab è un’altra cosa ancora. A 3.650 metri, è il centro abitato più alto del Tagikistan e la popolazione è in maggioranza kirghisa, non pamira. Si vive di yak, di pastorizia, di commercio con la Cina attraverso il valico di Kulma.
Il mercato di Murghab è fatto di container arrugginiti allineati nel vento. Non è pittoresco e non pretende di esserlo. Ma è uno dei luoghi in cui si capisce meglio cosa significhi vivere dove non cresce quasi niente.
Poco più a ovest, Bulunkul detiene il record del freddo tagiko: -63 gradi. Dodici famiglie, un lago, nessun albero.
Quando partire per la Pamir Highway
La finestra reale è da metà giugno a metà settembre.
- Giugno: passi appena liberi, guadi ingrossati dal disgelo, poche presenze.
- Luglio e agosto: condizioni migliori, giornate lunghe, ma anche il momento in cui la strada è più frequentata.
- Settembre: la mia stagione preferita. Luce più bassa, aria più asciutta, greggi che scendono dagli alpeggi. Dopo il 20 settembre il rischio neve sui passi diventa concreto.
Fuori da questa finestra il viaggio non è “più avventuroso”. È semplicemente impraticabile in sicurezza per un viaggiatore.
Permessi, frontiere e realtà politica – Pamir Highway –
Questo è il punto in cui bisogna essere precisi.
Per entrare nel Gorno-Badakhshan serve il permesso GBAO, che si richiede insieme al visto elettronico tagiko oppure a Dushanbe. Per alcune valli laterali, in particolare il Bartang e la zona del lago Sarez, servono autorizzazioni ulteriori.
Va detto chiaramente: dal 2022 l’accesso al GBAO è stato più volte limitato o sospeso per ragioni di sicurezza interna, con rilasci discontinui dei permessi. La situazione cambia. Chiunque vi prometta certezze su questo punto con mesi di anticipo vi sta raccontando una cosa che non può sapere. Prima di partire vanno verificati permessi, avvisi consolari e condizioni della frontiera.
Sul confine afghano la regola pratica è semplice. Non si fotografano posti di blocco, militari, ponti e installazioni. E si evita di trattare la sponda opposta come uno sfondo. È un paese, non un panorama.
L’altitudine è il vero limite del viaggio
Molti si preparano per la strada e sottovalutano la quota. È l’errore più comune.
Da Osh si passa dai 900 ai 4.280 metri in un giorno solo, e si dorme sopra i 3.600 per diverse notti consecutive. Non è un trekking, ma il corpo non fa distinzione.
Alcune indicazioni concrete che seguo sempre:
- Non attraversare Kyzyl-Art e dormire subito a Murghab. Meglio spezzare a Karakul o Sary-Mogol.
- Prevedere almeno una notte di adattamento prima dei tratti alti.
- Bere molto più del solito. L’aria è secchissima.
- Valutare con il proprio medico la profilassi. Non è una decisione da prendere in viaggio.
- Sapere che l’ospedale attrezzato più vicino è Khorog, che da Murghab dista una giornata di strada.
Chi ha problemi cardiaci o respiratori seri dovrebbe considerare seriamente un’altra destinazione. Non tutte le mete sono adatte a tutti, e dirlo è parte del mio lavoro.
Come si viaggia concretamente: mezzi, tempi, denaro, cibo
Il mezzo. Serve un 4×4 con autista che conosca la strada. L’auto a noleggio in autonomia è possibile ma sconsigliabile per chi non ha esperienza di guida in alta quota e di meccanica di base. In molti tratti non c’è copertura telefonica e non passa nessuno per ore.
I tempi. Il minimo decente è sette-otto giorni tra Osh e Dushanbe. Con il Wakhan e qualche valle laterale si arriva a dieci-dodici. Farlo in quattro giorni significa vedere solo l’asfalto.
Il denaro. Contanti. Bancomat affidabili si trovano solo a Osh, Khorog e Dushanbe. Dollari in banconote nuove e somoni.
Il dormire. Homestay nelle case pamire e kirghise, con materassi a terra e servizi essenziali. È il modo migliore per viaggiare qui, non un ripiego. La rete di ospitalità comunitaria è organizzata e la ricaduta economica resta nei villaggi.
Il cibo. Ripetitivo. Zuppe, pane, patate, latticini di yak, tè al latte salato. A quattromila metri l’agricoltura è una parola vuota. Chi ha esigenze alimentari particolari deve saperlo prima.
Cosa vale il tempo e cosa no – Pamir Highway –
Dopo diversi passaggi, alcune convinzioni:
Vale. Il Wakhan, per intero e senza fretta. Una notte a Karakul. Il tempo passato dentro le case, che qui conta più di qualsiasi sito. La valle del Bartang, se le condizioni lo consentono, che è la parte più severa e più bella.
Non vale. Correre a Ak-Baital solo per la fotografia del cartello. Le soste da quindici minuti nei villaggi, che non producono incontro ma disturbo. E aggiungere il Sarez a un itinerario già pieno, perché richiede giorni e permessi che raramente arrivano in tempo.
Come progetto un viaggio sulla Pamir Highway
Quando qualcuno mi scrive per il Pamir, la prima domanda che faccio non riguarda le date. Riguarda cosa si è disposti a togliere.
Perché questo viaggio funziona solo se si accetta un ritmo lento, alloggi semplici e una certa dose di imprevisto. Se si accetta di stare fermi un giorno perché una frana ha chiuso la strada. Se si accetta che l’incontro con una famiglia wakhi valga più di tre siti in più sull’itinerario.
Il mio lavoro qui consiste soprattutto in tre cose. Costruire l’acclimatazione dentro il percorso, invece di sperare che vada bene. Scegliere i villaggi in cui fermarsi davvero, non quelli comodi. E avere sempre un piano alternativo, perché in Badakhshan la strada decide più di me.
Alla fine di una giornata sull’altopiano, verso Alichur, ho visto un uomo caricare fieno su un carro trainato da uno yak mentre il sole spariva dietro il Pamir. Nessuno intorno. Nessuna luce artificiale per cento chilometri.
Non c’era niente di eccezionale in quella scena. Era solo la fine di una giornata di lavoro a quattromila metri, come tutte le altre, come da sempre.
Ed è esattamente questo che rende la Pamir Highway un viaggio che resta. Non gli spettacoli. La normalità di una vita che noi non sapremmo sostenere neanche per una settimana.
9. FAQ – Pamir Highway –
Quanto è lunga la Pamir Highway e quanti giorni servono?
Il percorso tra Osh e Dushanbe misura circa 1.250 chilometri. Servono almeno sette-otto giorni per farlo con senso. Con il corridoio del Wakhan e qualche valle laterale il tempo sale a dieci-dodici giorni.
Serve un permesso per la Pamir Highway?
Sì. Per la regione del Gorno-Badakhshan serve il permesso GBAO, richiedibile con il visto elettronico o a Dushanbe. Dal 2022 il rilascio è stato più volte limitato, quindi va verificato poco prima della partenza.
Qual è il periodo migliore per percorrere la Pamir Highway?
Da metà giugno a metà settembre. Settembre offre luce migliore e meno traffico, ma dopo il 20 il rischio neve sui passi aumenta sensibilmente.
La Pamir Highway è pericolosa?
I rischi reali sono l’altitudine, le condizioni della strada e l’isolamento sanitario, non la criminalità. La situazione politica nel Badakhshan va però monitorata prima di partire.
Si può fare la Pamir Highway in autonomia?
Tecnicamente sì, con un 4×4 a noleggio. Ma senza esperienza di alta quota, meccanica di base e assenza di copertura telefonica, l’autista locale è la scelta più sensata.
Che differenza c’è tra il tracciato principale e il corridoio del Wakhan?
Il tracciato M41 passa per Alichur e la valle del Gunt. Il Wakhan è una deviazione più lunga lungo il confine afghano, con fortezze, sorgenti termali e resti buddhisti. Culturalmente è la parte più ricca.

Vuoi un viaggio su misura nel Pamir costruito da me?
Il Pamir non è una destinazione da aggiungere a una lista. È un viaggio che chiede tempo, preparazione fisica e disponibilità a lasciarsi cambiare il programma dalla strada. Se senti che questo modo di viaggiare ti appartiene, scrivimi: partiamo da cosa cerchi e costruiamo l’itinerario intorno a quello, non il contrario.
“Le persone, prima ancora dei luoghi.”
—Gabriel Tibaldi, Viaggiatore esperienziale

Sono il fondatore di Zingaro di Macondo e Travel Designer Certificato.
Ho viaggiato in Asia per oltre trent’anni, ma non è stato il mondo a cambiarmi: è stato il modo in cui ho imparato ad guardarlo.
Un lungo viaggio in Oriente mi ha aiutato a uscire da un periodo profondo di depressione.
Non mi ha “salvato” con le risposte, ma con le domande.
Da allora ho capito che viaggiare non serve a fuggire, ma a ritornare a casa dentro di sé.
Ho creato Zingaro di Macondo per questo: per disegnare esperienze che non siano solo spostamenti, ma passaggi interiori.
Viaggi lenti, fuori dalle rotte ovvie, dove le persone contano più dei luoghi e il tempo più delle cose.
Viaggi di gruppo 2026 coordinati da me

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