
PAKISTAN, TRA VETTE SACRE E CASE DI FANGO
INTRODUZIONE PAKISTAN, TRA VETTE SACRE E CASE DI FANGO
Il sole del primo mattino colora di oro rosato le cime severe del Karakorum.
Ricordo ancora la mia prima alba nel nord del Pakistan: l’aria fresca di montagna, il silenzio rotto soltanto dallo scorrere lontano di un torrente glaciale.
Sotto di me, una valle remota punteggiata di villaggi dalle case di fango, da cui si levano sottili colonne di fumo di legna. In lontananza, le vette scintillanti riflettono i primi raggi del sole, e io mi sento, per l’ennesima volta in vita mia, piccolo e insignificante.
Inizia così il mio viaggio nelle regioni himalayane del Pakistan settentrionale, tra scenari che tolgono il fiato e incontri che scaldano il cuore.
Il Pakistan del Nord è un mondo a sé, un crocevia di montagne monumentali e culture millenarie, di ospitalità genuina e storie antiche raccontate attorno al fuoco.
In queste pagine vi accompagnerò alla scoperta di questa terra straordinaria, alternando approfondimenti storici e culturali ad episodi vissuti in prima persona, per offrire un ritratto il più possibile completo e vivido del viaggio da Hunza a Skardu, da Passu a Khaplu.
Crocevia di civiltà: storia e culture del Nord del Pakistan
Per millenni, il territorio che oggi chiamiamo Pakistan settentrionale è stato un crocevia di civiltà e rotte commerciali, un ponte naturale tra l’Asia Centrale, il subcontinente indiano e la Cina.
Queste valli isolate, incastonate tra Himalaya, Karakorum e Hindu Kush, hanno visto transitare mercanti, pellegrini e conquistatori, lasciando un mosaico unico di culture, lingue e religioni.
In epoche antiche, lungo le valli dell’odierno Gilgit-Baltistan passavano diramazioni della Via della Seta, la leggendaria rotta carovaniera che per secoli collegò l’Oriente e l’Occidente. Carovane cariche di seta, spezie e sale attraversavano passi vertiginosi collegando i bazar dell’Asia Centrale con le pianure dell’Indo.
Ancora oggi, ai margini dei sentieri montani, affiorano testimonianze di quel passato: incisioni rupestri di epoca buddhista raffiguranti figure sacre e animali di montagna, lasciate dai viaggiatori lungo il fiume Indo e nelle gole di Hunza. Queste rocce incise – ibex, ruote solari, Buddha seduti – sono come messaggi da un altro tempo, tracce di quando queste terre erano un crogiuolo di religioni.
A partire dal IV secolo d.C., il Buddhismo raggiunse queste regioni, portato da monaci erranti provenienti da sud. Le vallate dell’alto Indo facevano parte dell’antico regno di Gandhāra, culla di una raffinata arte buddhista, e ancora oggi restano tracce della presenza buddhista in antichi stupa in rovina e leggende popolari.
Dal XIV secolo in poi, nuovi venti spirituali soffiarono su queste montagne: l’Islam vi giunse non con eserciti, ma tramite mistici sufi e missionari. Santi viandanti persiani come Sayyid Ali Hamadani attraversarono i passi per diffondere la fede islamica, e nel tempo la popolazione locale abbracciò l’Islam integrandolo con usanze preesistenti.
La varietà di correnti religiose qui è notevole: convivono i musulmani sciiti delle aree di Baltistan e i musulmani ismailiti (seguaci dell’Aga Khan) di Hunza, tutti accomunati da una spiritualità dal volto mite e tollerante.
Non è raro imbattersi in un’antica moschea di legno decorata quasi come un tempio buddhista – segno tangibile dell’intreccio fra culture che qui si è consumato nei secoli.
Alla fine dell’800, nel contesto del “Grande Gioco” coloniale, l’Impero britannico estese il proprio controllo fin quassù: nel 1891 le truppe inglesi conquistarono i principati di Hunza e Nagar, integrandoli nell’orbita del Raj britannico (tramite il controllo indiretto del Kashmir). Con la fine del dominio coloniale nel 1947, Gilgit-Baltistan aderì al neonato Pakistan (sebbene con status amministrativo speciale, data la contesa del Kashmir).
I Mir locali mantennero una parvenza di potere fino al 1974, quando il governo pakistano abolì definitivamente i principati, completando l’integrazione di queste terre nello stato pakistano.
Oggi in queste valli convivono popoli differenti, ciascuno con la propria lingua e i propri costumi.

Nel raggio di poche decine di chilometri si parlano idiomi diversissimi – dal misterioso burushaski di Hunza al balti (lingua tibetana) di Skardu, dal wakhi (iranico) al shina (indoario) – un mosaico che riflette l’intreccio di culture giunto fin quassù.
Eppure, lungi dal dividere, questa diversità convive in una forte identità montanara condivisa. Tra le leggende locali, ad esempio, è nata la fama di eccezionale longevità del popolo di Hunza – si dice che molti superino i cent’anni in salute – tanto da far pensare che questa valle fosse la mitica Shangri-La del romanzo Orizzonte Perduto. Miti a parte, Hunza è stata davvero un mondo a sé per secoli, rimasto isolato e quasi fiabesco fino alla costruzione della Karakoram Highway negli anni ’80 del Novecento.
Le grandi montagne: paesaggi estremi e viaggi dell’anima
Nel nord del Pakistan, la natura tocca i suoi estremi e scolpisce il carattere di chi ci vive e viaggia.
Qui convergono tre delle più imponenti catene montuose del pianeta – Himalaya, Karakorum e Hindu Kush – tanto che gli studiosi chiamano questa zona il “Tetto del Mondo” o addirittura il Terzo Polo, per l’immensa massa di ghiacci che racchiude.
Basti pensare che il Pakistan custodisce più di 7.000 ghiacciai, il numero maggiore al mondo al di fuori delle regioni polari, e cinque montagne che superano gli ottomila metri di altitudine.
Tra queste svetta il leggendario K2 (8611 m), la seconda cima più alta della Terra, che insieme al Nanga Parbat (8126 m) e ai colossi del Karakorum come il Gasherbrum II e il Broad Peak domina l’orizzonte con la sua mole titanica. Di fronte a queste vette maestose l’uomo riscopre la propria piccolezza – ma anche una connessione profonda con l’infinito. Le montagne qui non chiedono di essere conquistate, ma ascoltate. Ogni cresta, ogni ghiacciaio sembra raccontare una storia di millenni, scolpita dalle lente forze geologiche.
Camminando ai piedi di queste cattedrali di roccia, senti che il tempo umano assume un’altra dimensione: un pomeriggio sui sentieri morenici diventa un viaggio interiore, un esercizio di umiltà e meraviglia.
Al contempo, queste montagne estreme definiscono la vita quotidiana e i paesaggi del nord Pakistan.
Le valli abitate sono strette strisce verdi ritagliate tra pendii aridi e guglie di roccia. I fiumi che scorrono impetuosi a fondovalle – come l’Indo e lo Hunza – nascono direttamente dal cuore dei ghiacciai, portando acqua vitale a queste oasi alpine. Nelle zone di Skardu e Shigar, ad esempio, l’ampia valle dell’Indo offre un raro fondovalle pianeggiante dove prosperano villaggi e coltivazioni; ma basta alzare lo sguardo per vedere il paesaggio mutare in un deserto d’alta quota: spettacolari dune di sabbia si estendono vicino a Shigar, a oltre 2500 metri, un fenomeno quasi surreale creato dai sedimenti del fiume.
Uno dei luoghi che più incarnano la bellezza severa del Karakorum è Passu, un minuscolo villaggio nella valle dell’Hunza noto per le iconiche guglie chiamate “Passu Cones”.

Arrivai a Passu in un pomeriggio di luce cristallina: davanti a me le cime aguzze dei Coni di Passu si allineavano come una corona frastagliata contro il cielo.
Ai loro piedi, il ghiacciaio di Passu scendeva dalle montagne come un fiume di ghiaccio incastonato tra le morene. Seduta all’aperto, con una tazza di tè caldo tra le mani, osservavo in silenzio quel paesaggio primordiale, sentendomi sospesa fuori dal tempo.
“Quando aprimmo il nostro ristorante 20 anni fa, potevamo vedere il ghiacciaio di Passu dalla terrazza. Ora ne scorgiamo appena qualche lingua bianca, non più la fronte che si gettava a valle come la testa di un delfino…”
Mi confida con un velo di tristezza Israr, gestore di una piccola locanda di Passu, mentre serve la sua famosa torta alle albicocche.
Le sue parole mi riportano bruscamente alla realtà: negli ultimi decenni il ghiacciaio è arretrato a vista d’occhio.
Studi scientifici confermano che molti ghiacciai del Karakorum stanno subendo gli effetti del riscaldamento globale; il Passu, in particolare, ha perso oltre il 10% del suo volume e continua a ritirarsi di diversi metri ogni anno.
Gli anziani del villaggio ricordano come un tempo il fronte del ghiacciaio fosse ben visibile dal paese – ora si è ritirato così in alto da non scorgersi quasi più.
Il cambiamento climatico qui non è teoria ma quotidianità: significa sorgenti d’acqua più scarse in estate e la minaccia di improvvisi laghi glaciali che possono formarsi e poi collassare in inondazioni a valle. Eppure, persino in questo scenario estremo, la vita trova un modo per resistere e adattarsi. Ho visto arbusti tenaci aggrappati alle rocce dove sembrerebbe impossibile crescere, e interi villaggi sopravvivere grazie all’ingegno umano: canali di irrigazione scavati a mano nei pendii portano l’acqua dei ghiacciai fino ai terrazzamenti coltivati; alberi da frutto piantati per proteggere i campi dal vento; usanze antiche come l’essicazione delle albicocche e del grano per garantirsi il cibo durante gli inverni rigidi.
In una nicchia riparata dal vento, a 3000 metri di quota, può apparire all’improvviso un giardino di albicocchi in fiore o un campo di grano dorato.
La natura qui mette costantemente alla prova gli uomini, ma li ricompensa anche con momenti di sublime bellezza.
Basti pensare ai laghi alpini nascosti in queste montagne: lo specchio turchese del lago Attabad, formatosi improvvisamente dopo una frana nel 2010, aggiunge un tocco di quiete surreale al paesaggio severo di Hunza; oppure i laghi di Kachura vicino Skardu, circondati da pioppi e rocce, dove al tramonto l’acqua diventa un placido specchio dorato.
Chi viaggia qui rimane incantato dai contrasti: si può partire al mattino da un villaggio avvolto nel verde dei prati e, dopo poche ore di strada, trovarsi a camminare su un ghiacciaio perenne; sostare accanto a un lago alpino dal colore smeraldo e poi attraversare una piana stepposa popolata da yak o cammelli bactriani al pascolo. Queste montagne sono un santuario della natura, uno degli ultimi luoghi al mondo in cui ci si può sentire davvero fuori dal tempo.
Non stupisce che gran parte di quest’area sia protetta in parchi nazionali e riserve (tra cui il vasto Central Karakoram National Park): qui vivono specie rare e elusive come il leopardo delle nevi e lo stambecco, creature simbolo di queste vette che pochi hanno la fortuna di avvistare.
Davanti a un paesaggio così grandioso, il viaggiatore non può che sentirsi ospite rispettoso in un regno di bellezza primordiale.
Hunza: la valle perduta dei Burusho
Se c’è una valle che incarna l’immaginario del “paradiso nascosto” è la valle di Hunza.
Circondata da alcune delle montagne più alte del pianeta, Hunza è un giardino fertile incastonato in uno scenario d’alta quota, reso celebre da leggende di regni remoti e popoli longevi.
Qui vive il popolo dei Burusho, custode della misteriosa lingua burushaski che non somiglia a nessun’altra al mondo.

Per quasi un millennio Hunza è stato un piccolo regno isolato, governato da una dinastia di Mir e praticamente inaccessibile agli stranieri fino al XX secolo. La storia di Hunza emerge dai racconti orali e dai resoconti di pochi esploratori che vi misero piede.
Nei secoli passati i Mir di Hunza mantennero l’indipendenza sfruttando la geografia: controllavano i passi verso la Cina imponendo pedaggi (il passo Khunjerab era detto “valle del sangue” per via delle scorrerie) e occasionalmente razziavano le carovane provenienti dal Turkestan cinese, rendendo la valle temuta dai mercanti.
Fino agli anni ‘70 del Novecento, quando venne aperta la Carreggiata del Karakorum (KKH) e abolito il regime monarchico locale, la valle di Hunza era raggiungibile solo dopo lunghi giorni di marcia su sentieri ripidi.
Si comprende quindi come qui la vita sia rimasta a lungo ancorata a ritmi antichi. Passeggiando oggi tra i vicoli di Karimabad – la capitale di Hunza, un tempo chiamata Baltit – si possono ammirare case tradizionali in pietra e legno, e due magnifiche fortezze arroccate sulla montagna: Forte Altit e Forte Baltit, residenze secolari dei Mir.
Dal terrazzo di Altit, mentre sorseggio un tè e guardo il fiume Hunza scorrere in fondo alla gola sottostante, penso a quanta storia hanno visto queste mura: intrighi di corte, assedi, ma anche feste del raccolto e nascite dinastiche.
Oggi i forti sono stati restaurati e aperti ai viaggiatori, grazie anche al supporto dell’Aga Khan Trust for Culture: camminando nelle loro stanze di legno profumato, mi pare quasi di sentire le voci del passato.
Oggi la maggioranza degli hunzakuts – essendo musulmana ismailita devota all’Aga Khan – ha beneficiato di decenni di investimenti in istruzione e sanità: quasi ogni villaggio ora ha la sua scuola e i tassi di alfabetizzazione (anche femminile) sono altissimi.
Si respira un’aria di apertura mentale e vitalità intellettuale rara altrove nelle campagne pakistane. Molti giovani di Hunza studiano in grandi città come Karachi o Islamabad, ma tornano volentieri a casa, orgogliosi delle proprie radici e desiderosi di far prosperare la loro comunità.
Prima di lasciare Hunza ho avuto l’occasione di assistere a un evento comunitario speciale: la festa del Ginani, l’antica celebrazione del raccolto d’estate. Nel cortile di una casa in pietra, sotto gli alberi di albicocco, uomini e donne si sono riuniti vestiti a festa. Dopo le preghiere di ringraziamento iniziali, il ritmo di un tamburo ha dato il via alle danze tradizionali: i giovani hanno cominciato a ballare in cerchio, mano nella mano, intonando melodie allegre tramandate da generazioni. Ho battuto le mani a tempo, contagiato dalla gioia semplice e genuina che aleggiava nell’aria.
In quel momento ho capito che Hunza non è solo un luogo geografico, ma uno stato d’animo: un piccolo mondo dove comunità, tradizione e natura vivono in equilibrio.
Esperienze autentiche a Passu, Skardu, Shigar, Khaplu
Lasciata Hunza e risalito il corso superiore dell’Hunza fino ai villaggi di Gulmit e Passu, il viaggio piega poi verso est, nel cuore del Baltistan.
Questa regione, conosciuta anche come “Piccolo Tibet”, offre incontri ed esperienze che rimangono scolpiti nella memoria. Ogni villaggio che ho visitato ha aggiunto un tassello unico al mosaico del viaggio.
A Passu, oltre allo spettacolo superbo dei ghiacciai e delle guglie del Karakorum, ho assaporato la serenità della vita rurale di montagna. Una sera sono stato ospite di una famiglia locale: seduti attorno al focolare, abbiamo sorseggiato il tè salato al burro di yak tipico della zona, comunicando più con sorrisi e gesti che con parole. Uscito nel cortile dopo cena, mi sono trovato sotto un cielo incredibilmente stellato: la Via Lattea arcava sopra di me tra le cime, e il silenzio notturno della valle era totale.
In quell’istante ho percepito una dimensione quasi sacra, un’armonia profonda con l’universo.
Scendendo dal passo di Khunjerab e valicato lo spartiacque, si entra nella valle dello Skardu. Skardu, distesa su una pianura lungo l’Indo, è il vivace capoluogo del Baltistan e punto di partenza per le mitiche spedizioni alpinistiche (da qui partono i trekking per il K2 e il campo base dei giganti del Karakorum).
Dopo i silenzi dei villaggi, questa piccola città appare quasi frenetica: il bazar brulica di vita e colori, con mercanti di frutta secca e tessuti ricamati fianco a fianco a negozi di attrezzature da montagna e carovane di jeep cariche di provviste dirette ai remoti campi base. L’atmosfera è vibrante e cosmopolita: qui si incontrano viaggiatori e portatori di ogni provenienza, tutti con lo sguardo rivolto alle cime leggendarie all’orizzonte.
Dal crocevia di Skardu mi avventuro in valli laterali ancora più remote, come quella di Shigar. La strada si insinua lungo il torrente Shigar tra pareti di roccia striate di minerali; di tanto in tanto compaiono oasi di pioppi e campi terrazzati, segno che un villaggio è vicino. Arrivo al piccolo centro di Shigar nel pomeriggio e mi trovo davanti a una scena da fiaba: il bellissimo Forte di Shigar, una residenza reale del XVII secolo restaurata con cura (oggi hotel-museo), che domina il paese ai piedi delle montagne. Trascorro la notte tra le sue antiche mura, e la mattina seguente esco a esplorare il villaggio a piedi. La vita qui sembra scorrere immutata da secoli: donne avvolte in lunghi scialli impastano pane nei forni d’argilla all’aperto, mentre i bambini rincorrono le galline nei cortili.

Nei pressi dell’antica moschea di Amburiq (una delle più antiche del Baltistan) sento risuonare una melodia: un gruppo di musicisti locali sta provando canti tradizionali nella piazzetta.
Mi siedo in disparte ad ascoltare: le note del liuto rubab e del tamburo riecheggiano nell’aria tersa, regalando un momento di quiete e bellezza sospesa nel tempo. L’ultima tappa mi porta all’estremità orientale del viaggio, nella valle di Khaplu, gioiello segreto del Baltistan. Il suo antico palazzo reale, splendidamente restaurato, mi accoglie con l’eleganza delle sue logge di legno intagliato e verande affacciate sul fiume Shyok.
Ma ciò che più mi colpisce a Khaplu è la spiritualità che impregna il luogo.
Visito la venerata moschea Chaqchan (1370), con le sue colonne lignee e il tetto a pagoda: un raro esempio di fusione tra arte tibetana e architettura islamica. All’interno, alcuni fedeli pregano in silenzio; la luce fioca e l’odore del legno antico creano un’atmosfera mistica, che mi induce a sostare in rispettosa contemplazione.
La sera, invitato da una famiglia di Khaplu, assaporo i piatti tradizionali del Baltistan – dal fragrante chapshuro (pane ripieno di carne e verdure) all’aromatico tè salato al burro – ma soprattutto il calore umano di queste persone. Seduti su tappeti nel loro salotto, brindiamo con un sorso di chang (il fermentato locale di orzo e albicocca) alla salute degli ospiti. Tra risate, sguardi sinceri e racconti di vita quotidiana, mi sento accolto come in famiglia.
Quando a notte fonda mi congedo, ho la sensazione di lasciare dei parenti acquisiti: porto con me il cuore colmo di gratitudine. Questi incontri umani – più ancora dei panorami – sono stati l’anima del viaggio: come qualcuno ha detto, qui il senso non sta nel panorama ma negli incontri.
Pakistan, tra vette sacre e case di fango – Tradizione e spiritualità nella vita quotidiana
Viaggiando attraverso i villaggi di Hunza e del Baltistan, si rimane affascinati da come la tradizione impregni ogni aspetto della vita quotidiana.
Qui modernità e passato convivono in equilibrio: accanto ai telefoni cellulari che ormai prendono anche quassù, resistono usanze antiche di secoli.
La spiritualità è un filo conduttore potente.
La fede islamica locale, influenzata dal sufismo e dall’ismailismo, si esprime in maniera intima e pacifica.
Non aspettatevi chiamate roboanti alla preghiera o ostentazioni di devozione: al contrario, la religiosità qui è discreta e interiorizzata. Nei villaggi ismailiti dell’Hunza non troverete minareti: il cuore della comunità è la Jamatkhana, una sala semplice dove gli ismailiti si riuniscono in preghiera e per discutere degli affari comuni. Nelle zone sufi del Baltistan, la gente visita con rispetto i santuari dei santi, accendendo candele o appendendo nastri votivi agli alberi sacri.
Ho notato un dettaglio: molte case o negozi espongono calligrafie di versetti coranici o poesie di santi sufi, come a benedire l’ambiente quotidiano con un pensiero elevato.
Una sera a Karimabad ho avuto la fortuna di assistere a un momento di preghiera comunitaria ismailita (grazie all’invito di un mio ospite locale).
Uomini e donne sedevano in cerchio, intonando all’unisono canti detti ginan – antichi inni devozionali in lingua persiana – accompagnati soltanto dal ritmo delle mani sulle ginocchia. In quel canto collettivo ho percepito la sincerità della fede di queste genti: un Islam vissuto come fratellanza, lontano anni luce dai fanatismi di cui si sente parlare nei telegiornali.
Accanto alla fede, la cultura culinaria rivela molto della vita quassù.
Il cibo nelle montagne pakistane è semplice ma genuino, frutto di ciò che offre la terra. Cereali di montagna come orzo, grano saraceno e miglio vengono macinati per farne pane e polente; le albicocche – vera ricchezza locale – si consumano fresche in estate e secche in inverno, e se ne ricava un olio usato in cucina e per le lampade. Uno dei piatti simbolo è il chapshuro, il “calzone” di Hunza ripieno di carne e verdure: cotto nel forno di argilla, sprigiona un profumo invitante nei vicoli dei villaggi. In autunno, con la farina del nuovo raccolto, si prepara la diram phitti, un pane dolce arricchito con noci e melassa di albicocca – una vera carica di energia per affrontare i rigidi inverni. Molto diffusi sono anche zuppe e stufati sostanziosi (come la dalt, a base di farina tostata e verdure) e ravioli al vapore chiamati mantu, chiaro retaggio dell’Asia Centrale, serviti con yogurt e spezie.
A tavola regna la convivialità: si mangia tutti insieme da grandi piatti comuni, seduti a terra, e all’ospite viene sempre offerto per primo il boccone migliore.
La cultura dell’ospitalità passa anche dal cibo: rifiutare ciò che viene offerto è impensabile, e durante il mio viaggio mi sono ritrovato a fare anche cinque “spuntini” al giorno perché ovunque andassi qualcuno mi porgeva frutta, pane o tè!
L’architettura tradizionale del nord Pakistan è un altro elemento affascinante.
Con poche risorse a disposizione, queste popolazioni hanno sviluppato nei secoli tecniche edilizie ingegnose, perfettamente adatte al clima.
Le case tradizionali di Hunza e Baltistan sono costruite in pietra e argilla, con muri spessi che isolano dal freddo e tetti piatti dove in estate si essiccano i prodotti agricoli (un’immagine iconica sono i tetti cosparsi di albicocche messe a seccare al sole di luglio). All’interno spesso c’è un unico vano con un focolare centrale e un’apertura nel soffitto per far uscire il fumo – un design che richiama quello delle yurte centroasiatiche e delle case tibetane, pensato per riunire la famiglia attorno al fuoco nei lunghi inverni.
I dettagli architettonici raccontano storie: ho visto portali decorati con motivi floreali e geometrici che ricordano l’arte persiana, finestrine incorniciate da legni cesellati nello stile del Kashmir, e travi scolpite con teste stilizzate di animali – forse antichi simboli sciamanici di protezione.
Anche i mestieri tradizionali resistono in queste valli.
In un piccolo laboratorio artigianale a Gulmit ho incontrato un gruppo di donne che, sostenute da un progetto locale, tessono al telaio sciarpe e tappeti utilizzando la lana delle loro pecore. Mi hanno spiegato la cura e la creatività che mettono nel loro lavoro artigianale, mostrandomi i colori naturali ottenuti da piante di montagna e i motivi antichi che intrecciano nei tessuti. Comprando una sciarpa fatta a mano ho portato via con me un pezzetto di quella tradizione e, quando la indosso, ripenso alle risate di quelle tessitrici laboriose sedute all’ombra di un albicocco.
Il senso di comunità qui è fortissimo: i villaggi si autogestiscono con consigli collettivi dove tutti hanno voce, e praticano l’hashar (il lavoro comunitario) per aiutarsi a vicenda nelle necessità comuni.
Vedere decine di persone accorrere spontaneamente per costruire la casa di un vicino è un’esperienza commovente, che dimostra la solidarietà radicata di queste genti.
“L’ospite è una benedizione di Dio” – ripete un detto locale.
E davvero l’ospitalità qui non è solo un rituale, ma uno stile di vita. Lo si percepisce nei piccoli gesti quotidiani: l’invito insistente a prendere un tè, il migliore tappeto steso per far accomodare lo straniero, il saluto cordiale di ogni passante. In queste comunità di montagna, accogliere il viandante è un valore sacro.
Il viaggiatore si sente così non un turista, ma un ospite d’onore, e torna a casa con il cuore riscaldato da questa generosità genuina.
Perché viaggiare in Pakistan oggi
Dopo tanti racconti, potreste chiedervi: perché intraprendere un viaggio proprio in Pakistan, e proprio in queste remote regioni di montagna?
La risposta, secondo me, sta in due concetti: autenticità e trasformazione.
Viaggiare nel nord del Pakistan significa innanzitutto vivere un’esperienza autentica, lontana dalle rotte del turismo di massa. Qui non ci sono località costruite ad hoc per i visitatori, né attrazioni di plastica: tutto è reale, vissuto, genuino. Ci si immerge in un contesto dove gli incontri non sono mediati da interessi economici – le persone che vi accolgono lo fanno per sincero senso di ospitalità, non per mestiere. Questo crea un’atmosfera di scambio culturale vero, di amicizia spontanea.
Camminando per i villaggi tra Hunza e Baltistan, mi sono spesso sentito più un pellegrino ospitato da una comunità che un turista con la macchina fotografica.
Proprio grazie a questa immersione, un viaggio qui ha un forte potere trasformativo. Significa mettere in discussione preconcetti e paure:
il nome “Pakistan” nei notiziari evoca per molti solo pericoli o estremismo, ma venendo quassù ci si rende conto di quanto fossero limitate quelle immagini.
Vi ritroverete a chiacchierare con una maestra di villaggio appassionata di poesia, con un contadino che vi parlerà dell’importanza di studiare per sua figlia, con un giovane che sogna di diventare guida alpina: storie che smentiscono gli stereotipi e fanno appello alla nostra comune umanità.
Tornerete a casa guardando questo Paese – e forse il mondo intero – con occhi diversi, più aperti e comprensivi.
C’è poi il confronto con la natura maestosa, che ridimensiona l’ego e insegna l’umiltà. Sedersi di fronte al silenzio di un ghiacciaio millenario o sotto un cielo di stelle sulle sponde dell’Indo non è “fare i turisti”: è fare un viaggio dentro se stessi.
Molti viaggiatori tornano dal Pakistan del nord dicendo di aver lasciato lì un pezzo di cuore o di essere rientrati cambiati. Non è una frase fatta: queste esperienze lasciano il segno e regalano nuove prospettive sulla vita e sulle priorità.
Viaggiare qui significa uscire dalla propria zona di comfort, mettersi alla prova su strade impervie, adattarsi all’imprevisto e alla semplicità – e in cambio ricevere lezioni di vita dagli incontri con persone resilienti e generose.
Infine, viaggiare in Pakistan oggi è anche un modo per sostenere e valorizzare comunità locali che credono nell’ecoturismo e nella tutela del proprio patrimonio. Ogni ospite che cammina rispettosamente per queste valli, che acquista un artigianato locale o che racconta la bellezza di questi luoghi, contribuisce a creare un circolo virtuoso. Si dimostra che un turismo diverso è possibile: un turismo di rispetto e di scambio, non di sfruttamento. Questo incoraggia i giovani del posto a essere fieri della propria identità e a non abbandonare le montagne in cerca di fortuna altrove.
In sintesi, un viaggio nel Pakistan del Nord è ideale per chi cerca la verità di un incontro umano e la meraviglia di una natura grandiosa, per chi vuole viaggiare fuori dai sentieri battuti e magari ritrovare un po’ se stesso lungo la strada.
Come mi disse una guida locale l’ultimo giorno: “non tornerete a casa solo con delle foto; tornerete con spazio nuovo dentro di voi”.
Domande frequenti
È sicuro viaggiare in Pakistan?
Sì. Le regioni montuose del nord Pakistan descritte sono generalmente sicure e molto ospitali verso i visitatori.
Ovviamente, è sempre consigliabile viaggiare con guide locali esperte, rispettare la cultura locale e tenersi informati sulla situazione delle zone che si intendono visitare. Le valli di Hunza, Gilgit e Baltistan sono pacifiche da molti anni, ben controllate e lontane da focolai di tensione. Molti viaggiatori raccontano di essersi sentiti più al sicuro qui che in tante metropoli occidentali, proprio grazie alla gentilezza e onestà della gente del posto.
Naturalmente è prudente evitare le poche zone di confine eventualmente instabili (comunque lontane dagli itinerari classici nel nord).
Serve un visto per il Pakistan e come ottenerlo?
Sì, per entrare in Pakistan è richiesto un visto.
Fortunatamente oggi la procedura è abbastanza semplice grazie al sistema di e-visa online messo a disposizione dal governo pakistano. È possibile fare domanda via internet caricando i propri dati, l’itinerario previsto e (se necessario) una lettera d’invito fornita dall’agenzia o dall’host locale.
In genere nel giro di qualche settimana si riceve via email il visto elettronico da stampare e presentare all’arrivo. Assicuratevi che il passaporto sia valido per almeno 6 mesi dall’ingresso nel Paese.
(Nota: per i cittadini italiani non è previsto il visto all’arrivo, quindi occorre richiederlo in anticipo online).
Qual è il periodo migliore per visitare il nord del Pakistan?
Il periodo ideale per esplorare le vallate himalayane del Pakistan va da maggio a ottobre.
In primavera (fine marzo-aprile) le valli si riempiono dei colori dei ciliegi e albicocchi in fiore – uno spettacolo incantevole a Hunza. L’estate (giugno-agosto) porta giornate miti o calde nelle valli (25-30 °C) e notti fresche, ed è ottima per trekking in alta quota; in questo periodo i grandi passi montani sono aperti e gli alpeggi sono verdeggianti. L’autunno (settembre-inizio ottobre) regala cieli limpidi e temperature ancora piacevoli, con in più il foliage dorato: i pioppi e gli albicocchi tingono di giallo le vallate, rendendo il panorama magico. L’inverno invece è sconsigliato per un viaggio turistico: molte zone diventano inaccessibili per neve e gelo, e nei villaggi si vive isolati con servizi ridotti al minimo. Anche città come Skardu e Gilgit d’inverno possono essere raggiungibili solo in aereo (le strade vengono chiuse per neve).
In sintesi, settembre è forse il mese ideale per un viaggio che combini clima favorevole e minor affollamento, seguito a ruota da aprile (per chi vuole godersi le fioriture) e dai mesi estivi.
Il viaggio è faticoso? Ci sono difficoltà particolari?
Un viaggio nel nord del Pakistan è di livello medio.
Non serve essere alpinisti, ma un po’ di spirito di adattamento è necessario. Le tratte in auto sono lunghe e su strade di montagna tortuose (a volte sconnesse), e si dorme spesso tra i 2.000 e i 3.000 metri di altitudine (con punte oltre i 4.000 m se si sale a passi come il Khunjerab), quindi bisogna mettere in conto l’aria sottile e notti fresche.
Le passeggiate a piedi proposte sono facoltative e di difficoltà moderata: si tratta di brevi trekking ai punti panoramici o ai piedi dei ghiacciai, nulla di tecnico.
Le sistemazioni variano: si dorme in piccoli hotel e guesthouse semplici ma puliti, e talvolta in homestay presso famiglie locali.
Fuori dalle città i comfort sono basilari (acqua calda non sempre garantita, bagni all’orientale, elettricità a intermittenza), ma l’autenticità dell’esperienza ripaga di qualche scomodità. Insomma, il viaggio è adatto a persone in buona salute e con un minimo di spirito d’avventura “soft”.
Non è indicato invece per chi cerca il lusso o ha esigenze di comodità elevata: qui siamo lontani anni luce dai resort a 5 stelle, e proprio questo è il bello.
Che lingua si parla e come faccio a comunicare?
La lingua nazionale del Pakistan è l’urdu, ma nelle regioni del nord si parlano decine di idiomi locali (burushaski, shina, balti, wakhi, ecc.) a seconda della valle.
Ovviamente non è necessario impararli! L’inglese è abbastanza diffuso: quasi tutti quelli che lavorano nel turismo lo parlano, così come molti giovani (grazie all’istruzione portata dall’Aga Khan in Hunza). Nel Gilgit-Baltistan, chi è andato a scuola conosce almeno un po’ di inglese; inoltre tanti cartelli sono bilingui, in urdu e inglese.
Durante il viaggio avrete comunque a disposizione guide locali che faranno da interpreti nelle conversazioni più difficili. Basta imparare qualche parola di cortesia per far spuntare un sorriso: salutare con un “Assalam alaikum” (“che la pace sia con te”) ponendo la mano sul cuore, o ringraziare dicendo “Shukriya” in urdu, sono piccoli gesti che verranno molto apprezzati.
E in ogni caso, i sorrisi e il linguaggio del corpo funzionano alla grande: la proverbiale cordialità di queste popolazioni supera qualunque barriera linguistica.
Che tipo di viaggiatore apprezzerà di più questo viaggio?
È un’esperienza perfetta per viaggiatori curiosi e flessibili, amanti della natura e delle culture autentiche.
Se vi emoziona l’idea di dormire in una guesthouse a gestione familiare affacciata sui monti, di svegliarvi col canto del gallo e il profumo di chapati sul fuoco, di essere invitato a bere il tè a casa di sconosciuti – allora questo viaggio fa per voi.
È indicato per chi cerca l’avventura fuori dagli schemi e vuole mettersi in gioco, adattandosi con sorriso a qualche imprevisto o scomodità. Al contrario, non è adatto a chi desidera una vacanza di puro relax o standard di comfort elevati: qui non troverete resort di lusso né pullman climatizzati, ma strade polverose, qualche disguido e tante sorprese.
In definitiva, il nord del Pakistan chiama chi è pronto a lasciarsi trasformare dal viaggio stesso – chi parte con occhi e cuore aperti, e torna a casa arricchito di nuove amicizie, nuove prospettive e un pizzico di coraggio in più.
Sono il fondatore di Zingaro di Macondo e Travel Designer Certificato.
Ho viaggiato in Asia per oltre trent’anni, ma non è stato il mondo a cambiarmi: è stato il modo in cui ho imparato ad guardarlo.
Un lungo viaggio in Oriente mi ha aiutato a uscire da un periodo profondo di depressione.
Non mi ha “salvato” con le risposte, ma con le domande.
Da allora ho capito che viaggiare non serve a fuggire, ma a ritornare a casa dentro di sé.
Ho creato Zingaro di Macondo per questo: per disegnare esperienze che non siano solo spostamenti, ma passaggi interiori.
Viaggi lenti, fuori dalle rotte ovvie, dove le persone contano più dei luoghi e il tempo più delle cose.
- Cosa ho perso (e cosa ho guadagnato) scegliendo un lavoro fuori dagli schemiScegliere un lavoro fuori dagli schemi non significa vivere in vacanza. Significa fare i conti ogni mese con l’incertezza, saltare compleanni e funerali, spiegare ai parenti un mestiere che non rientra in nessuna categoria conosciuta. Ma significa anche conoscere un villaggio Hmong per otto anni di fila, tornare dove si è già stati fino a capirlo, costruire relazioni che non stanno in un itinerario. In questo articolo Gabriel Tibaldi fa un bilancio senza retorica di quindici anni passati a progettare viaggi in Asia: cosa ha perso davvero, cosa ha guadagnato e perché non consiglierebbe questa strada a tutti.
- Chi c’era prima del LaosNelle montagne del Laos settentrionale vivono decine di popoli che lo Stato ha a lungo raccolto in tre sole categorie, definite dall’altitudine di residenza. È un ordinamento comodo e sbagliato: mette insieme lingue lontane tra loro quanto l’italiano lo è dal finlandese e separa gruppi imparentati. Dai Khmu, presenti prima dell’arrivo dei popoli di lingua tai e riconosciuti come “fratelli maggiori” nelle cerimonie della vecchia corte, ai Lahu scesi dallo Yunnan da poche generazioni, questo articolo racconta come si è formato quel mosaico e cosa succede oggi, tra scuola in lingua nazionale, discesa a valle e lingue senza scrittura.
- Le lingue che l’Asia Centrale sta smettendo di parlareDalle valli del Tagikistan alle campagne del Kirghizistan, l’Asia Centrale ospita decine di lingue che stanno cambiando statuto in fretta. Lontano dal tono elegiaco che accompagna di solito questo tema, la questione è tecnica e sociale insieme: una cosa è una lingua con pochi parlanti e trasmissione interrotta, un’altra una lingua parlata da centinaia di migliaia di persone che perde prestigio. Tra deportazioni staliniane, cambi di alfabeto che hanno reso illeggibili le lettere dei nonni e migrazioni di lavoro, emerge una geografia linguistica in cui la scelta di smettere di parlare una lingua è quasi sempre una scelta razionale.
- Ad Hanoi nessuno si fermaAd Hanoi il traffico non si ferma mai, e il pedone occidentale se ne accorge restando immobile sul marciapiede a cercare un varco che non arriverà. Attraversare la strada tra i motorini non richiede coraggio ma passo costante e assenza di ripensamenti, perché il flusso calcola la traiettoria di chi cammina invece di cedergli la precedenza. Dietro quel gesto minimo ci sono ottantaquattro milioni di due ruote, le riforme economiche del 1986 e una zona a basse emissioni appena partita. E due idee opposte di sicurezza: la regola che obbliga qualcuno a fermarsi, o la fiducia reciproca di chi non si ferma.
- Ottanta centimetri nei tunnel di Cu ChiA settanta chilometri da Ho Chi Minh City si apre una rete di gallerie sviluppata su tre livelli, larga poco più di mezzo metro, dove per anni ha vissuto una popolazione intera. Cucine con canne fumarie interrate lunghe metri, ospedali da campo, officine che rifondevano il metallo dei residuati, prese d’aria mascherate da termitai. Un racconto costruito sulle misure e sui corpi, non sulla retorica, che dice anche cosa è oggi il sito visitabile e quanto quei cunicoli allargati assomiglino poco agli originali






