Novecento di A. Baricco

Novecento di Baricco: storia di un viaggio perfetto.

Cosa c’entra Novecento, il libro di Alessandro Baricco, con il concetto di viaggio?

Scopriamolo insieme.


Questo libro narra la storia, decisamente originale, di un uomo che consuma l’intera propria esistenza in una nave che fa la spola tra l’America e l’Europa.

Questa incredibile storia si svolge in un periodo storico particolare, all’inizio di quel ventesimo secolo così particolare, così denso di speranze e di disfatte, di grandi invenzioni e di tragedie, di orribili massacri, ma anche di crescita spirituale.

Novecento è un libro multiforme che assume diversi significati a seconda della prospettiva e del momento in cui ciascuno di noi può leggerlo, e su ciascuno di questi significati potremmo parlare ore senza mai essere a corto di argomenti.

Novecento è la storia di un uomo che nasce e muore facendo ossessivamente lo stesso viaggio per tutta la vita.

Il suo è un viaggio estremo, perché non conoscerà nulla che non sia movimento, spostamento e perché, paradossalmente, non andrà mai da nessuna parte: sarà sempre e solo all’interno della sua nave; la Virginian.

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“Novecento” entra di diritto nel grande cerchio dei classici, di quei libri che riletti anche cento volte non sono mai uguali a loro stessi.

Si legge in una sera: una sessantina di pagine dense, densissime di significato. Il racconto è tutto in prima persona, è un monologo.

La trama di Novecento di Alessandro Baricco

Viviamo le esperienze emotive del trombettista del Virginian, il quale si relazionerà a lungo con Novecento, un bambino nato all’interno della Virginian, una nave che fa la spola continua tra l’Europa e l’America in un’epoca di massicce emigrazioni.

E impara a suonare il pianoforte.

Sempre dentro la nave, che fa avanti indietro sull’Oceano senza mai fermarsi.

Un viaggio continuo tra due realtà diversissime e che Novecento vedrà sempre e soltanto dall’interno della sua nave.

Novecento imparerà a suonare il pianoforte magnificamente.

Novecento diventa leggenda, suona magia, suona meglio di tutti, meglio persino di chi ha imparato a suonare sulla terra ferma, perché il gioco viene compiuto in quella piccola nave che rappresenta il suo immenso territorio personale.

E dentro la sua pancia, dentro la sua nave, Novecento può solo eccellere.

Lei è un po’ come la mamma che ti culla quando ancora devi nascere, quando tutto là fuori fa paura. Onde, silenzio, eternità.

Novecento vive nel continuo avanti indietro della Virginian e non scenderà mai, nemmeno per un secondo, sulla terraferma.

Vivrà per sempre sulle onde dell’Atlantico, sempre a cavallo delle emozioni, senza mai conoscere nulla che non siano valigie, facce speranzose e tasti di pianoforte.

Sentirà per tutta la vita le grida degli emigranti in fuga dalla disperazione.

Quel grido, America America, di chi ha negli occhi la voglia di gioire e avvista le coste di una vita nuova, di un continente sconosciuto e ricco di promesse.

Già nel suo nome di battesimo, Novecento, datogli da un manovale che lo aveva trovato in fasce, c’è transizione, indeterminatezza, senso di inadeguatezza. Novecento, il secolo breve per molti, un secolo troppo denso di significati per essere analizzato senza smagliature.

E il padre acquisito, che aveva il colore della pelle scura, è pure lui evanescente.

Perché muore presto, prestissimo, travolto da una tecnologia troppo rapida per non essere feroce. Morirà a causa dei meccanismi della nave, troppo veloci, troppo difficili, troppo moderni.

Man mano che il novecento avanza, Novecento teme sempre più la solitudine.

La paura dell’infinito

Un giorno Novecento sarà sul punto di scendere, di varcare quella soglia fisica e psicologica rappresentata dalla scala della sua nave: scenderà il primo gradino, il secondo, poi il terzo. E poi indietro; di nuovo il secondo. E di nuovo il primo. Fino a tornare a nascondersi nella pancia della mamma.

Inadeguato Novecento.

Tornerà sulla nave e in una memorabile pagina Baricco ci darà la spiegazione della sua rinuncia, ci informerà sul motivo per cui Novecento non è sceso sulla terraferma.

Perché ha paura dell’infinito.

Tutti abbiamo paura dell’infinito.

L’infinito dopo la morte, l’infinito delle informazioni, l’infinito delle parole e delle emozioni. Siamo sommersi da un “troppo” che stordisce la mente e assopisce le gioie semplici.

Il pianoforte, invece, possiede una tastiera che è finita, che è comprensibile, e lui, Novecento, lì dentro fa una musica che è infinita, facendosi cullare da un oceano di note.

Dentro la sua mamma, che di nome fa Virginian, pura, tenera, protettiva, Novecento suona l’infinito attraverso il finito. Non può avere paura.

Ma là fuori? Oltre la nave? Oltre la mamma?

Dal terzo gradino Novecento vede svilupparsi una spaventosa tastiera infinita con troppe scelte da compiere: troppe case, troppe donne, troppi uomini, troppe strade. Troppo di tutto.

E l’umanità, troppa anche lei, fa sempre le stesse cose, perché l’infinito spaventa. Amore, odio, parole, carriera, e una falsità enorme di chi ha troppo da perdere perché ha troppo da vincere.

Dentro questo enorme infinito, con queste possibilità di fare tutto, di pensare tutto, di provare tutto, in realtà ci perdiamo in azioni sempre uguali, forse proprio perché abbiamo paura dell’infinito e di conseguenza lo riduciamo in termini umani e comprensibili.

Siamo esseri finiti dentro un terribile infinito, questa è la realtà.

E allora Novecento decide di farsi esplodere con la sua mamma, la sua nave che non può più andare oltre e viene smantellata per troppi chilometri.

 

Se ti capita di navigare sull’Oceano, apri le orecchie: sentirai, tra i temporali e le onde spaventose, una dolcissima melodia.

 

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