
Le lingue che l’Asia Centrale sta smettendo di parlare
Asia Centrale
Nella valle dello Yaghnob la cucina è la stanza dove si sta. Il soffitto è nero di fumo, il pane cuoce contro la parete del forno, e mentre una donna conta le monete per la spesa passa dal yaghnobi al tagico senza accorgersene. I numeri alti, in molte famiglie, si dicono in tagico. Il resto della frase no.
Non è un dettaglio pittoresco. È il punto esatto in cui una lingua comincia a ritirarsi: non dal cuore, ma dai bordi. Prima i numeri, poi i mesi dell’anno, poi tutto ciò che riguarda i documenti, la scuola, il denaro. La lingua di casa resta lingua di casa e smette di essere lingua del mondo.
Ho passato tempo in queste valli e in queste cucine, e la prima cosa che ho dovuto disimparare è il vocabolario con cui in Europa si parla di questo tema.



Tre cose diverse che chiamiamo con lo stesso nome
Quasi tutti gli articoli sulle lingue in via di estinzione in Asia Centrale mettono nello stesso sacco situazioni che non si somigliano affatto. Conviene separarle subito.
Prima categoria: lingua in pericolo reale. Pochi parlanti, quasi tutti anziani, trasmissione ai bambini interrotta. Quando muore l’ultima generazione fluente la lingua finisce, e nessun corso serale la riporta indietro. L’ishkashimi del Tagikistan e l’arabo centroasiatico stanno qui.
Seconda categoria: lingua minoritaria in arretramento ma vitale. Centinaia di migliaia di parlanti, bambini che la imparano normalmente, ma prestigio in calo. Non serve a fare carriera. Non serve a leggere la letteratura tecnica. Non serve a trovare lavoro fuori regione. Il karakalpako sta qui, e chiamarlo lingua morente è semplicemente falso.
Terza categoria: lingua sostituita nell’uso pubblico ma viva in casa. La scuola è in un’altra lingua, l’amministrazione anche, i cartelli stradali pure, ma dentro casa la lingua funziona a pieno regime e i bambini la parlano. Le lingue del Pamir stanno qui.
Le tre condizioni richiedono risposte diverse e comportano rischi diversi. La terza può reggere per generazioni. Può anche crollare in venticinque anni. Dipende da cose molto concrete: dove si va a lavorare, chi si sposa, quanto lontano è la scuola superiore.
Yaghnobi, una lingua passata per il cotone – lingue in via di estinzione Asia Centrale
Lo yaghnobi è l’unica discendente viva del sogdiano, la lingua in cui si tenevano i registri commerciali lungo la Via della Seta, ritrovata su lettere e documenti tra Samarcanda e Dunhuang. Non è una somiglianza vaga. È una linea di discendenza diretta, per quanto ramificata.
La valle dello Yaghnob è alta, chiusa, raggiungibile per una strada che d’inverno non c’è. Nel 1970 lo Stato sovietico svuotò la valle. La popolazione fu trasferita nella steppa di Zafarobod per lavorare il cotone, con ulteriori trasferimenti nei due anni successivi. Il clima della pianura, il lavoro, le malattie: la comunità pagò un prezzo alto. Dalla fine degli anni Ottanta alcune famiglie sono risalite.
Oggi la maggior parte degli yaghnobi vive fuori dalla valle, soprattutto nelle zone di trasferimento e a Dushanbe. Le stime sui parlanti variano tra 6.000 e 13.500 a seconda della fonte e di cosa si conta come parlante: Ethnologue si colloca nella parte alta di questa forbice, altri lavori sul campo molto più in basso. I residenti stabili in valle sono qualche centinaio, ma non esiste un censimento dedicato e ogni cifra va presa come ordine di grandezza.
Un alfabeto cirillico adattato e materiali scolastici esistono dagli anni Novanta. La scuola resta in tagico. Il dettaglio che mi ha colpito di più è un altro: a Zafarobod, in pianura, lo yaghnobi si è conservato in alcune famiglie meglio che in valle, perché lì era la lingua che distingueva il gruppo dai vicini. In valle non serviva distinguersi da nessuno.
Badakhshan, quattro lingue e una sola scuola
Nel Badakhshan tagico si parlano shughni, rushani, wakhi, ishkashimi e altre varietà. Sono lingue iraniche orientali, non dialetti del tagico, e tra loro non sono tutte mutuamente comprensibili. Un parlante shughni e un parlante wakhi si capiscono in tagico.
Nel 1931 fu introdotto un alfabeto latino per lo shughni e per un breve periodo la lingua entrò nella scuola. Nel 1937 l’esperimento fu chiuso. Da allora l’alfabetizzazione avviene in tagico, poi in russo. Le lingue del Pamir hanno prodotto raccolte di poesia e materiali in cirillico adattato, ma nessuna ha una tradizione scritta continua paragonabile a quella delle lingue di Stato.
C’è un problema statistico da tenere presente: nei censimenti i pamiri sono registrati come tagichi. Questo significa che ogni numero sui parlanti è una stima esterna, prodotta da linguisti e non dalle anagrafi. Lo shughni è la più grande del gruppo, indicato tra 80.000 e oltre 100.000 parlanti considerando anche il Badakhshan afghano. L’ishkashimi in Tagikistan è tutt’altra storia: si parla di poche centinaia di persone, con stime che variano di un fattore tre.
In una casa di Khorog ho visto un ragazzo passare in dieci minuti da shughni con la nonna, a tagico al telefono con un ufficio, a russo con un cugino di Mosca, a inglese sul quaderno dei compiti. Non è fragilità, è competenza. Il rischio arriva quando una di queste lingue smette di avere una stanza propria in casa.
Bukhori, la lingua che ha traslocato – lingue in via di estinzione Asia Centrale
Il bukhori è la varietà di persiano parlata dagli ebrei di Bukhara, scritta per secoli in caratteri ebraici, con uno strato lessicale ebraico e aramaico. All’inizio del Novecento aveva giornali, teatro, una scuola. Intorno al 1929 la stampa bukhori passò all’alfabeto latino, ed entro il 1940 scuole e periodici furono chiusi.
Poi arrivò l’emigrazione: un primo flusso negli anni Settanta, quello grande dopo il 1989. Israele e Stati Uniti. Oggi il bukhori si sente più nel Queens che a Bukhara. Le stime mondiali oscillano tra 50.000 e oltre 100.000, ma quasi nessuna fonte distingue tra chi lo parla e chi lo capisce soltanto. In Uzbekistan restano poche centinaia di persone.
Il caso è istruttivo perché rovescia un’aspettativa. La lingua non è morta dove è nata: si è spostata. E si sta consumando altrove, nel modo più banale, perché a New York i nipoti parlano inglese e in Israele parlano ebraico. Il quartiere ha salvato la comunità e sta sciogliendo la lingua, che è una cosa diversa da quella che raccontano i titoli.
Karakalpako, molti parlanti e poca acqua
Il karakalpako è una lingua turca kipchak, più vicina al kazako che all’uzbeko, lingua ufficiale della Repubblica autonoma del Karakalpakstan insieme all’uzbeko. I parlanti sono centinaia di migliaia, con cifre correnti tra 500.000 e oltre 700.000. Qui la minaccia non è il conteggio.
È l’acqua. Moynaq era un porto peschereccio. Negli anni Ottanta il mare si era già ritirato di decine di chilometri e la pesca era finita; nel 2014 il lobo orientale del Mare d’Aral meridionale si è prosciugato completamente. Sono andati via i pesci, le conserviere, i cantieri, i sali sono finiti nei campi. Chi resta lavora spesso altrove: Kazakistan, Russia, cantieri stagionali.
Il meccanismo linguistico è questo. Una lingua regge se ha un territorio compatto in cui si vive, si lavora e ci si sposa. La migrazione di lavoro spezza la compattezza. Chi torna dopo cinque anni in Russia parla russo ai figli senza averlo deciso. Ci si aggiunge l’instabilità grafica: l’alfabeto latino è stato adottato nel 1994 e rivisto più volte, e ogni revisione lascia indietro libri e lettori.
Koryo-mar, un dialetto del nord-est arrivato in treno
Il 21 agosto 1937 fu firmato il decreto che dispose il trasferimento dei coreani dall’Estremo Oriente sovietico. Tra settembre e ottobre circa 172.000 persone furono caricate sui treni e scaricate in Kazakistan e Uzbekistan. Nel 1938 l’istruzione in coreano fu abolita.
La lingua che portavano con sé, il koryo-mar, deriva dai dialetti dello Hamgyŏng, la regione nord-orientale della penisola. Non è il coreano standard di Seul e non lo è mai stato. Ottant’anni di isolamento le hanno aggiunto prestiti russi e turchi e le hanno tolto tutto il lessico moderno nato nella penisola dopo il 1945.
Oggi i koryo-saram sono una comunità visibile e integrata, con un giornale e un teatro ad Almaty. Parlano russo. Quanti parlino ancora koryo-mar in modo fluente non lo sa nessuno: si parla di poche migliaia di anziani, senza rilevazioni sistematiche.
E qui succede una cosa poco intuitiva. Il coreano in Kazakistan sta tornando, insegnato negli istituti di lingua e richiesto dal mercato del lavoro con la Corea del Sud. Ma è il coreano standard. La rinascita del coreano non salva il koryo-mar: lo sostituisce.
Dungano, il cinese scritto in cirillico – lingue in via di estinzione Asia Centrale
Nell’inverno 1877-1878, dopo la repressione della rivolta nel nord-ovest della Cina, alcune migliaia di musulmani di lingua cinese attraversarono il Tian Shan e si fermarono nelle valli del Chüy e del Talas. I loro discendenti sono i dungani: circa 110.000 persone tra Kirghizistan e Kazakistan, con i parlanti attivi in numero inferiore e non misurato con precisione.
La loro lingua è mandarino nord-occidentale, di ceppo Gansu e Shaanxi. Dopo una parentesi latina iniziata nel 1928, dal 1953 si scrive in cirillico. È l’unica varietà sinitica scritta stabilmente in alfabeto cirillico, senza caratteri, con i toni segnalati o lasciati al contesto. Esiste una stampa in dungano cirillico.
Il risultato è un cinese che si è staccato dal tronco prima del 1949. Mancano tutti i neologismi della Cina contemporanea, e al loro posto ci sono parole russe. Una lingua conservativa nel lessico rurale e piena di prestiti nell’amministrazione.
Adesso la pressione è doppia. Il russo continua a servire, e il mandarino standard serve sempre di più, perché la Cina è dall’altra parte del valico e il commercio è lì. Nelle famiglie dungane i ragazzi studiano putonghua in caratteri. Imparano la lingua dei loro antenati come lingua straniera, e non è una contraddizione: è una scelta di lavoro.
Il meccanismo comune alle lingue in via di estinzione dell’Asia Centrale
Una generazione basta
Il fatto tecnico più importante è anche il meno spettacolare. Una lingua non muore quando muore l’ultimo parlante. Muore quando l’ultima coppia di genitori decide di non usarla con i figli. Da quel momento sono garantiti altri sessant’anni di parlanti anziani e zero anni di futuro.
E quella decisione, quasi sempre, è ragionevole. Un genitore in Karakalpakstan che parla russo al figlio sa cosa sta facendo: sta comprando accesso a un lavoro. Una famiglia pamira che insiste sul tagico sta preparando l’esame per l’università di Dushanbe. Chi smette di trasmettere una lingua lo fa quasi sempre per un motivo che noi, al loro posto, considereremmo buono. Trattare questa scelta come una perdita di identità è comodo per chi guarda da fuori e ingiusto verso chi decide.
Si aggiunge la faccenda degli alfabeti. In un secolo, in questa regione, si è passati dall’arabo al latino, dal latino al cirillico, e in alcuni paesi di nuovo al latino. Un nonno può avere lettere che il nipote non riesce a leggere, non per ignoranza ma perché sono in un sistema grafico dismesso. Ogni riforma ha reso illeggibile una biblioteca.
Poi c’è la demografia pura. La popolazione tedesca del Kazakistan era di circa 957.000 persone al censimento del 1989 ed era scesa intorno a 180.000 nel 2009. Il Plautdietsch dei mennoniti non è stato vietato: è partito per la Germania. All’estremo opposto, l’arabo centroasiatico delle campagne di Bukhara e Kashkadarya è ridotto a poche centinaia di persone, con la trasmissione ai bambini con ogni probabilità già interrotta.
Infine il quadro sta cambiando dall’alto. Il russo arretra come lingua franca, ma non lascia spazio alle lingue minoritarie: lo spazio se lo prendono le lingue di Stato, l’inglese, il cinese, il turco. Il posto libero non torna mai a chi lo aveva perso.
Chi ci lavora, e con cosa – lingue in via di estinzione Asia Centrale
Esistono dizionari, abbecedari, archivi sonori, trasmissioni radio locali, corpora depositati in archivi universitari europei. Sono strumenti utili e limitati. Un archivio conserva una lingua come un erbario conserva una pianta: serve, ma non è la stessa cosa.
Le poche inversioni di rotta documentate al mondo hanno avuto in comune una cosa sola: la lingua è tornata a servire per qualcosa. Un lavoro, una scuola, un’amministrazione, un mercato. Dove questo non succede, la documentazione resta documentazione.
Nel Chüy, in una cucina dungana, ho visto una ragazzina fare i compiti di cinese sul tavolo, caratteri in colonna, mentre la nonna dall’altra parte le chiedeva qualcosa e lei rispondeva senza alzare la testa. Stessa lingua, due mondi, due alfabeti. Sul fornello c’era una pentola con dentro una parola che a Pechino nessuno usa più.
FAQ SEO – lingue in via di estinzione Asia Centrale
Quante lingue si parlano in Asia Centrale?
Molte più delle cinque lingue di Stato. Oltre a kazako, uzbeko, kirghiso, turkmeno e tagico si contano decine di lingue minoritarie: iraniche orientali come le lingue del Pamir e lo yaghnobi, turche come il karakalpako, e lingue di comunità arrivate per migrazione o deportazione, dal dungano al koryo-mar.
Il sogdiano esiste ancora?
Come lingua antica no. Ma lo yaghnobi, parlato nella valle omonima in Tagikistan e nelle zone di trasferimento in pianura, è la sua unica discendente viva. Le stime sui parlanti variano molto, tra circa 6.000 e 13.500.
Le lingue del Pamir sono dialetti del tagico?
No. Shughni, rushani, wakhi e ishkashimi appartengono al gruppo iranico orientale, mentre il tagico è iranico occidentale. Non sono mutuamente comprensibili con il tagico, che funziona tra pamiri come lingua di contatto.
Perché il dungano si scrive in cirillico?
Perché la comunità arrivò in Asia Centrale nel 1877-1878 e la sua alfabetizzazione avvenne in ambito sovietico. Dopo una fase in alfabeto latino iniziata nel 1928, dal 1953 il dungano si scrive in cirillico. È l’unica varietà cinese con una tradizione scritta stabile in questo alfabeto.
Il karakalpako è una lingua in via di estinzione?
Non nel senso stretto. I parlanti sono centinaia di migliaia e i bambini la imparano. La pressione viene dalla perdita di prestigio, dalla migrazione di lavoro seguita al disastro dell’Aral e dalle ripetute revisioni dell’alfabeto.
Che lingua parlano i coreani del Kazakistan?
Nella vita quotidiana il russo. Il koryo-mar, derivato dai dialetti nord-orientali della penisola coreana e portato dai deportati del 1937, sopravvive tra gli anziani. Nelle scuole di lingua si insegna il coreano standard, che è una lingua diversa.

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—Gabriel Tibaldi, Viaggiatore esperienziale

Sono il fondatore di Zingaro di Macondo e Travel Designer Certificato.
Ho viaggiato in Asia per oltre trent’anni, ma non è stato il mondo a cambiarmi: è stato il modo in cui ho imparato ad guardarlo.
Un lungo viaggio in Oriente mi ha aiutato a uscire da un periodo profondo di depressione.
Non mi ha “salvato” con le risposte, ma con le domande.
Da allora ho capito che viaggiare non serve a fuggire, ma a ritornare a casa dentro di sé.
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