QASHQAI IRAN

 

Qashqai, Iran, dicembre 2019

“Benvenuto nel Medio Evo”

Alì sposta la tenda e mi fa segno di entrare.

L’interno odora di muffa, di umido, e lungo tutto il perimetro sono allineati dei cuscini colorati. Le pareti sono fatte di terra cotta, non è di certo la tenda nomade Qashqai (Iran) che mi sarei aspettato.

Nel muro opposto all’ingresso sono state ricavate alcune nicchie nelle quali sono impilati quattro, cinque piatti, qualche bicchiere e un paio di pentole piene di bozzi come se fossero state prese a martellate.

Questa è la “residenza” invernale della sua famiglia, mi spiega Alì.

I suoi genitori vivranno come una coppia di contadini stanziali per altri due mesi ancora, poi, con l’arrivo della stagione calda, si sposteranno per centinaia di chilometri verso zone dal clima più mite, viaggiando per settimane e settimane dentro la pancia dei monti Zagros sempre più su, sempre più a Nord.

Così fanno ogni anno, da quando sono nati, avanti indietro, spostandosi al ritmo delle stagioni in un territorio che la vita rifugge in ogni suo aspetto.

I due vecchi sanno che quella stanza li attenderà per l’anno successivo, continuando a fare da camera e da soggiorno, da cucina e da campo.

 


Ho conosciuto Alì, la mia guida Qashqai, nella stupenda Shiraz.

 

qashqai alì

Qashqai, Iran. Zingaro di Macondo.

 

Ha 23 anni e da tempo ha abbandonato la vita nomade per studiare a Teheran.

Sempre più Qashqai abbandonano la vita nomade a favore di una vita agiata.

Alì è un ragazzo bello e colto, parla inglese molto meglio di me e possiede una gentilezza raffinata e contagiosa.

Ci siamo accordati affinché mi accompagnasse da Shiraz fino a qui, nel fitto dei Monti Zagros, attraverso valli secche e nudi paesaggi. Rocce, arida terra e alberi rinsecchiti come le mani di anziani artritici.

 

monti zagros

Zingaro di Macondo.

 

Curva dopo curva, salita dopo discesa, e dopo tre ore di guida aveva parcheggiato ai bordi di un’anonima strada di montagna.

 

L’accampamento invernale dei Qashqai, Iran

 

“Dobbiamo camminare per un paio d’ore”

Alì mi indica una vallata lontana.

Lo seguo con il mio piccolo zaino che contiene un sacco a pelo per la notte.

Durante l’escursione, il paesaggio cambia in modo radicale: di tanto in tanto vere e proprie oasi, incredibilmente lussureggianti, affiancano il nostro percorso fatto per lo più di sterpaglie e avari terreni. Non si tratta di una mulattiera, dimenticatevi i sentieri con tanto di indicazioni delle passeggiate appenniniche o dolomitiche, quanto piuttosto di un percorso inesistente che i passi sicuri di Alì disegnano sul nulla.

Da solo non saprei dove andare, nemmeno con la tecnologia satellitare più affidabile.

Il paesaggio si addolcisce, si fa vivo, scorrono piccoli torrenti e il verde inizia a reclamare il suo spazio.

L’influenza del Golfo si fa sempre più tangibile, come se ogni passo fosse un intero chilometro.

Alì mi informa che ci stiamo spostando verso Ovest, in effetti la direzione è quella del Golfo Persico che dista ormai non più di 80 chilometri. Ci siamo lasciati alle spalle la cima più alta della zona e l’influenza del mare arriva diretta senza più barriere, modificando l’ecosistema in modo sostanziale.

“Di là, solo cime più basse”

Mi indica l’orizzonte piano, digradante.

Improvvisamente due vecchi stupendi, sbucati chissà da dove, ci vengono incontro.

Un pastore avvolto in una specie di pastrano ricamato e una donna vestita di azzurro slavato. Sembrano una vecchia fata turchina e un Geppetto fuori moda.

I genitori di Alì salutano freddamente il figlio, poi l’uomo mi stringe la mano con un calore e una forza inaspettati. La donna si limita ad allargare il sorriso mostrando un grosso buco laddove una volta c’era un incisivo.

Ed eccoci finalmente qui, tra capre, pecore, mucche e galline.

“Tutto loro fanno!”

Dice orgoglioso Alì rivolgendosi ai due vecchi.

 

donna iraniana

Qashqai, Iran. Zingaro di Macondo.

 

La loro casa di terra è sistemata nell’unico punto piano della zona.

Invece tutt’intorno percepisco la fatica di camminare e lavorare su pietraie appuntite e scorbutiche, inclinate senza rispetto per uomini e animali. Sento il loro sudore quotidiano, forse la sete, certamente la sete.

Questi due vecchi, che poi scoprirò essere più giovani di me, appartengono a una delle tante tribù che rientrano sotto il grande clan dei Qashqai, una popolazione nomade di origine turca che conta quasi un milione di persone.

La zona dell’Iran sud occidentale, quella dei Monti Zagros dove mi trovo, è un crogiolo di etnie, tribù, popoli, culture.

Una fitta serie di complicati avvenimenti storici ha fatto sì che in questo fazzoletto di terra vivano oggi popoli di origini turche, curde, arabe e persiane. Il confine iracheno dista appena un centinaio di chilometri e la prima città che si incontrerebbe dopo aver attraversato la regione geopolitica dell’ “introvabile” Kurdistan, sarebbe l’impossibile Bassora.

Ogni mattina i due devono andare a prendere l’acqua.

Di là, mi indica col braccio la signora che non ha mai smesso di mostrarmi il grande buco del suo sorriso.

 

Iran donna Qashqai

Zingaro di Macondo

 

Non parlano né persiano, né turco, ma un dialetto influenzato da entrambe le lingue impossibile da capire per gli stessi iraniani.

Alì mi traduce ogni singola parola, anche quando smetto di chiedere, sentendomi improvvisamente goffo e fuori posto.

 


“Ringraziali per l’ospitalità. Per favore, chiedi se posso domandare qualsiasi cosa, sono molto curioso, per me questa è un’esperienza straordinaria, ma non vorrei essere invadente.”

Siamo tutti e quattro seduti dentro la tenda, ciascuno su un cuscino. I due anziani contro la parete, io e Alì dalla parte opposta.

 

qashqai iran interno tenda

Qashqai, Iran. Zingaro di Macondo.

 

Il ragazzo traduce e subito i due scoppiano in una risata gentile e dolcissima.

Mi dicono che è un piacere ricevermi, che posso fermarmi anche più di una notte, che posso stare lì e vivere con loro e come loro, dare una mano nelle faccende quotidiane.

Tramite Alì rispondo che ho non mai fatto né il pastore, né il contadino, sarei certamente un impiccio. Spero che insistano, ma non lo fanno, invece tornano a ridere di una risata che le mie orecchie non conoscono. Respiro un’aria di sincerità assoluta, mi sembrano persone che ignorano totalmente la cattiveria, il doppio gioco, il tornaconto personale.

Sono abituato a risate e sorrisi di circostanza, a risate grasse e insicure, a sorrisi maligni. Da quando sono qui ho respirato una purezza primigenia che ha risvegliato dentro di me sensazioni che non ricordavo più, come quando ero bambino e tutto era una meraviglia, una scoperta.

Faccio un altro tiro di narghilè e lo ripasso ad Alì.

Il vecchio si alza di scatto, come colto da un’urgenza improvvisa, e mi dice di aspettare. Esce, lo sento gridare qualcosa ai suoi greggi con un’esplosione di timbro che non pensavo potesse avere nel petto. Intanto mangio un paio di forchettate delle uova, fritte dalla signora su una cucina da campo allestita all’esterno.

Ogni sera i due cucinano così, accendendo un fuoco con le poche sterpaglie che trovano in giro e arrostendo le carni degli animali sacrificati.

Si mangia solo quello che si ha in casa: le verdure dell’orto, le carni, il latte, il formaggio, le uova. Per questa sera Alì ha portato anche la cioccolata e i due anziani, per una volta, hanno acconsentito a quella cena tecnologica. Così come non hanno avuto da ridire sulla lampada ad olio e sul narghilè, in mio onore, perché l’ospite è sacro.

Dalla porta lasciata aperta la luna splende con la forza dell’universo intero, come a indicare la felicità nonostante tutto.

 

qashqai tenda

Qashqai, Iran. Zingaro di Macondo.

 

“A breve qui non ci sarà più nemmeno un ciuffo d’erba per gli animali”

Siamo a Dicembre e tra un paio di mesi i due Qashqai partiranno, lasciando il loro orto a bruciare sotto un sole assassino.

Se ne andranno portando il bestiame e percorreranno più di 400 chilometri in cinquanta giorni circa, in modo da arrivare verso fine Aprile al loro campo estivo, su verso Nord. Chissà dove di preciso. Poi rimarranno lì altri tre mesi, al termine dei quali faranno il percorso inverso; altri due mesi di cammino e quattro di sosta di nuovo qui, dove, a Dio piacendo, ritroveranno erba, acqua e la loro stanza ad aspettarli.

I loro bisogni si limitano a questi: erba per gli animali e acqua per tutti. La loro vita è scadenzata da queste uniche due risorse, che noi non siamo più abituati a pensare come indispensabili all’esistenza.

Niente elettricità, niente gas, niente acqua corrente, solo qualche stoviglia che di malavoglia i due hanno accettato quando il figlio li ha portati da Shiraz.

Il vecchio torna dentro con un grosso copricapo sulla testa ingrigito dalle intemperie. Sopra ha tre grosse punte. É il “cappello dei re”, mi fa sapere ridendo soddisfatto. E subito me lo mette in testa, felice nonostante tutto…

“Sei il nostro re”. E si china senza la minima ironia.

 

qashqai cappello

Qashqai, Iran. Zingaro di Macondo.

 

Lui era il capo tribù. Quando c’era, una tribù. Il cappello è rimasto, mentre gli uomini sono andati via tutti, nelle città a studiare, a vivere di soldi e nelle comodità tecnologiche.

“Come lui!”

dice la donna rivolgendosi al figlio.

Una volta i bambini studiavano da nomadi, perché i maestri seguivano la transumanza con il resto della tribù.

“Ora sono rimasti solo loro”, mi dice Alì.

Gli altri della tribù hanno completamente abbandonato la vita nomade.

“Uno del gruppo è andato a lavorare in una ditta di costruzione, poi è morto travolto dalla tecnologia.”

Alì traduce le parole del suo vecchio alla lettera, poi mi dice che con “tecnologia” suo padre chissà cosa intende. Forse l’uomo è morto cadendo da un’impalcatura e una semplice impalcatura è qualcosa che per il padre rientra nel novero delle cose tecnologiche.

La tradizione Qashqai è quasi scomparsa, ma per fortuna non ancora del tutto.

 

iran famiglia qashqai

Zingaro di Macondo.

 

I due signori rappresentano uno dei pochi esempi al mondo di vita nomade, quale si conduce qui quasi dalla notte dei tempi. Ma sono rimasti in pochi e se il governo centrale non aiuterà il ripristino di queste tradizioni, forse, in questo momento sono di fronte all’ultima generazione di questa tribù.

“I motivi per cui alcuni resistono a fare questa vita sono essenzialmente due”.

Quando Alì parla in prima persona, il suo linguaggio è articolato e seducente, mentre quando traduce le parole dei genitori mi restituisce frasi semplici e poco elaborate, quasi a volermi restituire nella forma i contenuti della loro vita bucolica. E quando lo fa ride con gli occhi. Chissà se un po’ gli manca quella vita.

“Così così”, mi dice.

 

qashqai iran famiglia

Qashqai, Iran. Zingaro di Macondo.

 

Mi spiega che molti hanno deciso di rimanere per paura di perdere le loro terre, mentre altri, la minoranza, per un fatto squisitamente romantico di legame con le tradizioni.

Ad esempio, mi spiega Alì, i suoi genitori non potrebbero mai vivere in un appartamento e lavorare in un sistema incentrato sul denaro. Traduce la frase e i due inorridiscono al solo pensiero.

Non mi sento di esprimere un giudizio. Nemmeno con indosso il cappello del capo tribù Qashqai.

Sono nato nella modernità, ma con uno spirito nomade che mi addenta l’anima da sempre. Ma nomade con cellulare appresso e che si sposta su treni, aerei, che dorme in letti normali e che si cucina il cibo che compra col denaro.

Di certo sapere che una cultura così particolare, così unica, potrebbe finire inghiottita da un amalgama in cui tutto si rassomiglia, mi fa pensare che l’umanità si ritroverebbe più povera, meno interessante.

E il mio vagabondare sarebbe meno intenso, con un mondo privato di una cultura che ha una faccia così felice…nonostante tutto.

 

la felicità nonostante tutto