Il senso della vita in Oriente

Il senso della vita in Oriente e in Occidente: modi contrapposti di vivere (e di “vedere”) la vita.

Gabriel Tibaldi

 

 

Cosa c’è dopo la morte, Tan?”

Tan, che ancora non si è abituato alle mie domande, sorride.

Forse per il solo fatto di indossare la kesa, il tradizione abito arancione dei monaci buddisti, percepisco Tan come una specie di super eroe delle cose profonde, come se avesse una risposta a tutti i dilemmi.

il senso della vita in oriente zingaro di macondo

Ma la sua calma serafica nasconde una visione del mondo ben più affilata rispetto a semplici risposte a stupide domande.

Tan non ci gira intorno: non ha la minima idea di cosa ci sia dopo la morte.

Senso della vita e senso della morte.

In Occidente percepiamo la Storia, e con essa il senso della vita, come qualcosa di “linear”.

La nostra esistenza è scandita da un passato, un presente e un futuro nettamente divisi e un ottimismo infinito, quasi metafisico, verso ciò che chiamiamo “progresso”. Una parola, quest’ultima, che in Oriente suona vuota come una sequenza di sillabe priva di senso.

senso della morte zingaro di macondo

Pensiamo che ieri fosse peggio di oggi e che domani sarà ancora meglio e che il tempo dell’anima sia scandito esattamente come quello del corpo. Si va avanti, si cresce, ci si modifica, ci si migliora e pian piano si raggiungono gli obiettivi prefissati, finché non giunge la morte a spezzare un idilio altrimenti senza fine.

E così percepiamo la morte, di cui nessuno ha fatto esperienza, come qualcosa di definitivo e antitetico rispetto alla vita. Una cesura oltre la quale il mistero della notte spaventa e atterisce; qualcosa, insomma, che proprio “non ci voleva”.

Il senso della morte, nell’Oriente tradizionale, è qualcosa di indissolubilmente legato alla vita. Non c’è vita senza morte e la nostra esistenza spirituale è “circolare”, senza un inizio e senza una fine.

Circolarità della vita

La vita non ha limiti, piuttosto è un continuo ritornare su cose passate senza l’affanno per il miglioramento che in Occidente è diventato una vera e propria fede.

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Quando si muore, secondo la visione induista, ci si reincarna in un altro essere e la nostra anima, nella visione buddista, non ha una singolarità fatta di autonomi pensieri, quanto piuttosto una mescolanza nell’unicum universale nel quale ci rituffiamo una volta spezzata la catena delle reincarnazioni.

La salvezza non può che essere condivisa e universale, non esistono anime buone e anime corrotte, visione quest’ultima tipica del Cristianesimo, la religione “individuale” per antonomasia.

Per gli orientali non siamo responsabili delle nostre azioni, nel senso che il nostro percorso circolare non potrà che spezzarsi attraverso il recupero del suono universale di tutte le cose.

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