Siamo tutti Fantozzi?

Fantozzi di Paolo Villaggio.


Il compianto Paolo Villaggio era una persona raffinata e dotata di una sensibilità, artistica e personale, decisamente fuori dal comune.

Come accade a molti artisti e come è accaduto a molti genovesi del suo tempo, Villaggio vide in tempi non sospetti, o appena sospetti, il futuro della società.

Ideò Fantozzi sul finire degli anni ’60 e il libro uscì nel 1971.

Gli anni del ragionier Ugo Fantozzi

Erano gli anni del boom economico, delle auto a poco prezzo, delle lavatrici e dei frigoriferi, del carosello e della speranza in un futuro migliore per tutti.

Dall’altra parte della barricata c’erano i sessantottini, un movimento di protesta che per la maggior parte era costituito da borghesi “pentiti”, ma con un sentimento rivoluzionario troppo goffo, schematico e poco delineato per risultare davvero efficiente.

La stragrande maggioranza degli uomini e delle donne continuava a credere nel benessere delle lavatrici e dei frigoriferi.

Pochi furono gli intellettuali davvero critici nei confronti della nascente società dei consumi, pochi furono coloro che ne videro le future conseguenze in termini di degrado spirituale.

In Italia, Paolo Villaggio e Pier Paolo Pasolini furono forse gli unici a puntare il dito, in modo drastico, contro la società che si stava delineando: una società che avrebbe finito per relegare l’individuo a semplice consumatore di oggetti, deprivandolo della sua parte più importante: quella del pensiero critico.

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Fantozzi di Paolo Villaggio. Il mondo di Fantozzi

Fantozzi, lo conosciamo tutti, è un personaggio che si muove oltre il limite del ridicolo, che ha un lavoro inutile in termini di crescita personale e sociale (Ragionier Ugo Fantozzi, Ufficio Sinistri).

La terziarizzazione sempre più spinta del mondo professionale ha dato vita a mestieri che non esistevano, consiglieri e consulenti che consigliano e fanno consulenze su contenuti, che se solo li avessimo sentiti 50 anni fa, avremmo avuto le stesse reazioni di risate istintive che abbiamo di fronte alle immagini del ragioniere che impila fogli sulla sua inutile scrivania.

Paolo Villaggio aveva la vista lunga.

Fantozzi, e con lui forse ancor di più il suo creatore, è una sorta di Cristo laico che si è fatto carico di tutte le sfighe di noi umani, affinché potessimo ridere delle sue disgrazie per non concentrarci troppo sulle nostre.

Fantozzi è schiavo del suo tempo.

Non può in nessun modo uscire dalla sua condizione di impiegato di basso livello, non può esimersi dall’amare una donna, altrettanto sfigata, che non lo ricambia, ha una moglie e una figlia brutte oltre ogni misura, tutte rappresentazioni esteriori del nostro mondo vuoto di contenuti.

Fantozzi è nato nel boom economico.

Ha circa 40 anni verso la metà degli anni ’70, dunque è cresciuto con il mito del benessere materiale valorizzato dai rotocalchi e dai caroselli televisivi, con la promessa di una felicità nascosta tra oggetti, consumi materiali e il possesso di cose e persone.

Fantozzi non è l’unico sfigato.

Fantozzi vive in un mondo di Fantozzi, ciascuno con il proprio ruolo e ciascuno con un destino segnato fin dalla nascita.

Dal tenerissimo amico Filini fino ad arrivare al Mega Direttore Galattico che siede su “poltrone di pelle umana”, tutti i personaggi che ruotano attorno al ragionier Ugo Fantozzi sono fuori posto, macchiette ridicole, esasperate e relegate in ruoli invalicabili, come caste indiane da cui è assolutamente impossibile uscire.

In questo senso Fantozzi è un eroe.

Ha preso coscienza della sua condizione ed è l’unico, se ci fai caso, a stupirsi dei comportamenti altrui, con quei modi di raggomitolare il corpo e quel “ah, come è umano lei…” che lo hanno reso così iconico e famoso in tutta Italia.

La società del consumo si è rivelata, nella realtà dei fatti, una società del degrado spirituale, scandita da tempi assurdi e da regole e contro regole infernali.

 

Il mondo di Fantozzi è inquietudine e paura per il futuro. Questa società in cui viviamo è giusta o non è giusta? Il sospetto è che abbiamo sbagliato tutto.

Paolo Villaggio

Fantozzi siamo noi

Fantozzi è nostro cugino, Fantozzi è nostro padre, Fantozzi è il nostro collega di ufficio.

Ma non siamo mai noi. Fantozzi è sempre “l’altro”, perché in fondo in fondo ne abbiamo paura, abbiamo paura delle sue sfighe e delle sue sofferenze.

Attraverso le iperboli, i suoi famosi “90 gradi all’ombra” e tutto il resto, Paolo Villaggio ci ha permesso di guardare ai nostri problemi e ai nostri difetti esternandoli, come se fossero davvero “troppo” per essere veri.

Non si può essere “mostruosamente” qualcosa; l’aggettivo iperbolico depriva di significato l’intero concetto presentandocelo come impossibile. E dunque possiamo riderne con leggerezza, perché tanto non esiste.

Per comprarsi la sua goffa automobile, per permettersi la televisione davanti la quale mangiare “la frittatona di cipolle”, la casa in condominio e per proseguire nel suo matrimonio infelice, tutti “prodotti” obbligatori se si vuole rimanere nel recinto del “benessere”, Fantozzi deve subire tutte le umiliazioni possibili. E persino quelle impossibili.

E la responsabilità ultima di tutto questo non è di nessuno.

Non ci si può ribellare contro un destino astratto con radici storiche talmente profonde da non poter più essere estirpate. Non esiste un individuo o una classe sociale, non c’è qualcuno con cui prendersela.

Il Mega Direttore Galattico probabilmente nemmeno esiste e non vorrei che fosse la personificazione di un dio arido e privo di qualsiasi sentimento nei nostri confronti.