
Uzbekistan e Afghanistan: un fiume che divide un popolo solo
Asia Centrale
Il fiume, visto da vicino, delude. Non è azzurro, non è imponente. È largo, lento, color caffelatte, e trascina sabbia da duemila chilometri di montagne. Eppure è una delle acque più cariche di significato dell’Asia: i greci lo chiamavano Oxus, gli arabi Jayhun, oggi si chiama Amu Darya. Per centoquaranta chilometri circa segna il confine tra Uzbekistan e Afghanistan.
Dall’altra parte c’è la provincia di Balkh. Da questa parte c’è il Surkhandarya. In mezzo, filo spinato, torrette, pattuglie.
Ma se chiedi a un uomo di Termez chi vive sull’altra riva, non ti dirà “gli afghani”. Ti dirà un cugino.



Un fiume che divide un popolo solo
Questa è la cosa che nessuna mappa riesce a dire.
Il nord dell’Afghanistan è, in buona parte, un paese uzbeko. Mazar-i-Sharif, Balkh, Shibirghan sono città dove si parla uzbeko nei mercati, dove le famiglie hanno gli stessi cognomi delle famiglie di Termez, dove la musica somiglia a quella che senti in un cortile di Denau.
Il confine è stato tracciato in un’epoca in cui a nessuno interessava dove passassero le parentele. Prima dai russi e dagli inglesi che si spartivano influenze, poi da Stalin, che ridisegnò l’Asia centrale con criteri più politici che umani. Il risultato è una frontiera perfettamente logica sulla carta e perfettamente arbitraria sul terreno.
Chi vive qui lo sa e non lo dice ad alta voce. Lo capisci dai silenzi, dal modo in cui la conversazione si sposta quando nomini l’altra riva.
Tiziano Terzani attraversò queste terre nel 1991, mentre l’Unione Sovietica si stava sfaldando, e raccontò un’Asia centrale che non sapeva ancora cosa sarebbe diventata.
Trentacinque anni dopo, la domanda è cambiata poco: quanto di ciò che chiamiamo confine esiste davvero, e quanto è solo un accordo tra uomini lontani?
Termez, la città che guarda “dall’altra parte”
Termez è il punto più meridionale dell’Uzbekistan.
Non è una bella città; è una città bassa, larga, verde d’estate perché irrigata, con viali sovietici e caldo che a luglio supera i quarantacinque gradi.
Non ci si viene per l’architettura; ci si viene perché Termez è uno dei luoghi più stratificati dell’Asia centrale e quasi nessuno lo sa.
Qui sono passati i greci di Alessandro, poi i Kushana, che fecero di questa piana un crocevia tra India, Persia e Cina. Poi i buddisti, poi l’islam, poi i mongoli, che rasero al suolo la città antica. Poi i sovietici, che la trasformarono in retrovia logistica di una guerra durata nove anni.
A pochi chilometri dal centro c’è il complesso di Sultan Saodat, un allineamento di mausolei di mattone crudo dove il tempo sembra essersi fermato in modo non decorativo, ma reale. E c’è il mausoleo di Al-Hakim at-Termizi, mistico sufi del IX secolo, ancora oggi meta di pellegrinaggio.
Le donne che entrano scalze, le mani aperte, non stanno facendo folklore per noi; stanno pregando.
Il Ponte dell’Amicizia e la memoria del 1989 – confine Uzbekistan Afghanistan –
Sull’Amu Darya, poco fuori città, c’è una struttura di ferro e cemento costruita dai sovietici nei primi anni Ottanta.
Si chiama, senza ironia voluta, Ponte dell’Amicizia. Collega Termez all’avamposto afghano di Hairatan.
Da lì passarono i convogli militari verso Kabul. Da lì, il 15 febbraio 1989, il generale Boris Gromov attraversò a piedi verso nord davanti alle telecamere di mezzo mondo, ultimo soldato sovietico a lasciare l’Afghanistan. Fu un’immagine costruita, come tutte le immagini di fine guerra, ma il ponte è vero, ed è ancora lì, e ancora lavora.
Non è visitabile, e non si fotografa. È zona militare, e le regole vanno rispettate senza discutere. Il punto non è arrivarci sopra.
Il punto è capire, stando su un argine a qualche centinaio di metri, cosa significhi per una città avere quel ponte alle spalle per quarant’anni.
Il Buddha rimasto sull’Oxus
Questa è la parte che spiazza chi arriva pensando all’Uzbekistan solo come terra di moschee e madrase.
A Fayaz Tepa, monastero buddista di epoca kushana risalente ai primi secoli della nostra era, si scavano celle monastiche, un cortile, uno stupa. Poco distante c’è Kara Tepa, complesso rupestre. E in mezzo ai campi si alza ancora Zurmala, un tumulo di mattoni che era uno stupa alto decine di metri.
Ecco il dettaglio che non dimentico. Fayaz Tepa è a poche centinaia di metri dal filo spinato del confine. Stai davanti alle fondamenta di un monastero buddista, alzi lo sguardo, e vedi le torrette di guardia e la fascia di terra spianata che segna la linea. Un luogo dedicato al distacco dalle cose del mondo, sorvegliato da una frontiera del ventunesimo secolo.
Non c’è metafora più economica di questa, e non l’ha costruita nessuno. È semplicemente come stanno le cose.
L’accesso ad alcuni di questi siti può dipendere dalle autorizzazioni militari del momento. È una delle ragioni per cui qui non si improvvisa.
Cosa passa davvero il confine tra Uzbekistan e Afghanistan
C’è un’idea diffusa in Europa: che dopo il 2021 tra Uzbekistan e Afghanistan si sia calato un sipario. Non è andata così.
Il confine tra Uzbekistan e Afghanistan resta un confine che funziona, e funziona soprattutto per le merci. Passa energia elettrica dall’Uzbekistan verso il nord afghano, passa una ferrovia che Tashkent costruì fino a Mazar-i-Sharif, passano farina, cemento, carburante, prodotti alimentari. Negli ultimi anni è cresciuta a ridosso della frontiera un’area di scambio commerciale pensata per far incontrare mercanti delle due sponde senza attraversare davvero il paese.
Le merci passano più facilmente delle persone. Questo è vero in quasi tutte le frontiere del mondo, ma qui è particolarmente visibile.
Nei bazar di Termez e di Denau riconosci la mercanzia che viene da sud: frutta secca, tappeti, pistacchi. Riconosci gli accenti. Riconosci gli sguardi di chi ha una famiglia divisa in due e ha imparato a non farne un dramma da raccontare agli stranieri.
Non sono comunità pittoresche; sono comunità che si arrangiano dentro una geografia che non hanno scelto.
Boysun, le montagne alle spalle della frontiera
Risalendo verso nord, la piana finisce e cominciano le montagne.
Boysun è un altopiano di villaggi, pascoli e gole rosse, e la sua cultura è riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio immateriale dell’umanità: musica, riti, medicina popolare, un impasto di islam e credenze precedenti che nessuna riforma ha mai cancellato del tutto.
Qui la vita è pastorale, dura d’inverno, generosa in primavera. Le case hanno cortili chiusi e tappeti stesi, e il tè arriva prima delle domande.
Boysun è il contrappeso perfetto a Termez. Termez ti spiega la storia e la politica. Boysun ti spiega cosa resta, sopra e sotto, quando la politica passa.
Andare a Termez oggi: cosa aspettarsi per davvero
Qualche verità pratica, senza abbellimenti.
- Si arriva in aereo da Tashkent in poco più di un’ora, oppure in treno con un viaggio lungo ma interessante attraverso Karshi e le montagne.
- Il caldo estivo è serio. Da giugno ad agosto non è una destinazione ragionevole. I periodi giusti sono aprile-maggio e settembre-ottobre.
- La zona non è turistica. Alberghi essenziali, pochissimo inglese, nessuna infrastruttura pensata per lo straniero.
- Vicino al confine non si fotografa. Punto.
- Le regole di accesso alle aree di frontiera possono cambiare. Vanno verificate poco prima della partenza, non sei mesi prima.
E una verità più scomoda: il sud dell’Uzbekistan non è per tutti. Chi cerca bellezza immediata e comfort resterà deluso. Chi vuole capire come funziona una periferia dell’Asia, sarà ripagato molto oltre le attese.
Perché costruire così un viaggio nel sud dell’Uzbekistan
Quando progetto un itinerario che scende fino a Termez, non lo faccio per aggiungere una tappa esotica a Samarcanda e Bukhara. Lo faccio perché cambia il senso dell’intero viaggio.
Chi vede solo le città della Via della Seta torna a casa con un’immagine bellissima e incompleta: cupole turchesi, restauri sovietici, mercati organizzati. Chi arriva fin qui capisce che l’Uzbekistan è anche un paese di confine, con vicini complicati, una storia militare recente e una geografia umana che sconfina.
Per questo lavoro con guide locali del Surkhandarya, non con accompagnatori di Tashkent che scendono per l’occasione. Per questo tengo i gruppi piccoli. Per questo evitiamo la tappa mordi e fuggi al mausoleo, e preferisco due giorni pieni tra siti, mercati e villaggi.
Ricordi di viaggio – confine Uzbekistan Afghanistan –
Sull’argine, verso il tramonto, il fiume prende una luce che non è bella, è solo grande.
Dall’altra parte si intravedono alberi bassi e una striscia di terra che potrebbe essere qui.
Un ragazzo che pesca ti dice il nome del villaggio afghano davanti a me come se fosse un quartiere della sua città. Poi rimette la lenza in acqua.
È lì che capisci che le frontiere sono cose che si vedono benissimo dall’alto e quasi per niente da terra.
Non serve andare fino all’Amu Darya per scoprirlo.
Ma è difficile dimenticarlo, dopo.
11. FAQ – confine Uzbekistan Afghanistan –
Quanto è lungo il confine tra Uzbekistan e Afghanistan?
Circa 144 chilometri, quasi interamente segnati dal corso dell’Amu Darya. È il più breve dei confini afghani con i paesi dell’Asia centrale, ma anche uno dei più utilizzati per i commerci.
Si può visitare Termez e la zona di confine?
Sì, Termez è una città aperta ai visitatori e raggiungibile in aereo o in treno da Tashkent. Alcune aree a ridosso della frontiera restano però sotto controllo militare e l’accesso può variare. Le regole vanno verificate a ridosso della partenza.
È sicuro viaggiare nel sud dell’Uzbekistan?
Il Surkhandarya è una regione tranquilla, presidiata e abituata a un turismo minimo. Le criticità sono logistiche, non di sicurezza: pochi servizi, poca conoscenza dell’inglese, caldo estremo in estate.
Si vede l’Afghanistan dall’Uzbekistan?
Sì. Da diversi punti lungo l’Amu Darya la riva afghana è visibile a occhio nudo. Fotografare in prossimità del confine è però vietato.
Perché in Uzbekistan ci sono rovine buddiste?
Perché prima dell’islam questa regione faceva parte della Battriana e poi dell’impero Kushana, uno dei grandi centri di diffusione del buddismo tra India e Cina. Fayaz Tepa, Kara Tepa e lo stupa di Zurmala ne sono le testimonianze più chiare.
Qual è il periodo migliore per visitare Termez?
Aprile-maggio e settembre-ottobre. L’estate raggiunge temperature difficilmente sostenibili, l’inverno è freddo e ventoso ma percorribile.

Vuoi un viaggio su misura in Uzbekistan costruito da me?
Se il sud dell’Uzbekistan ti interessa non come tappa in più ma come chiave di lettura di tutto il paese, possiamo pensare insieme un itinerario che tenga insieme le città della Via della Seta e questa frontiera poco raccontata. Non serve scegliere un viaggio qualunque. Serve capire quale viaggio, adesso, ha senso per te.
“Le persone, prima ancora dei luoghi.”
—Gabriel Tibaldi, Viaggiatore esperienziale

Sono il fondatore di Zingaro di Macondo e Travel Designer Certificato.
Ho viaggiato in Asia per oltre trent’anni, ma non è stato il mondo a cambiarmi: è stato il modo in cui ho imparato ad guardarlo.
Un lungo viaggio in Oriente mi ha aiutato a uscire da un periodo profondo di depressione.
Non mi ha “salvato” con le risposte, ma con le domande.
Da allora ho capito che viaggiare non serve a fuggire, ma a ritornare a casa dentro di sé.
Ho creato Zingaro di Macondo per questo: per disegnare esperienze che non siano solo spostamenti, ma passaggi interiori.
Viaggi lenti, fuori dalle rotte ovvie, dove le persone contano più dei luoghi e il tempo più delle cose.
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